Uno scritto misteriosamente rinvenuto in una polverosa soffitta, chiuso in un enigmatico baule di legno intarsiato a mano, insieme a gioielli e dobloni. Una storia magica che qualche studioso afferma essere legata a due enigmatici individui, vissuti tra loschi vicoli, osterie maleodoranti ed ambienti malfamati; insistenti voci dalla strada danno invece per certo che i protagonisti siano stati due teneri piccioncini che passavano il loro tempo a farsi coccole e dirsi frasi carine (che schifo!) tra salotti mondani e personaggi snob. Cosa sia di preciso non lo so, non chiedetemelo, potrei rispondervi di farvi i fatti vostri e mandarvi al diavolo o fare facce sbalordite dicendo che nemmeno Dio lo sa chi erano quei due. Ecco, questo sì, erano due. Due degli anni dello swing. Dello swing degli anni '30.

   DUO, VOCE E CHITARRA, IN UNO SWING DEGLI ANNI '30.

Tante primavere e tanti inverni a far crescere le cose, gli anni e le vite, tante avventure e tanti casini, tante coccole e tanto desiderio, tanto tanto e poco poco, vicini e lontani, nervosi e sclerati, teneri e burrosi, accesi e focosi, viaggi mentali e viaggi materiali, sogni poveri e sogni ricchi,  anni insieme di...

  ...di quell'anno in cui i due si conobbero, in uno sperduto paese tra una sperduta campagna; di loro due, due tipi come tanti che frequentavano insieme il circolo parrocchiale; di lui un po’ piccolo per la sua età, ma che tra le ragazzine andava praticamente a ruba; di lei che, un po’ più giovane di lui, era già carina e filava maschi più grandi; degli occhi di lui che cercavano conferme in quelli di lei senza trovar che simpatia; di quelle feste di fine anno dove lui guardava quella bionda sbarazzina, tanto più alta delle sue amiche, che ballava, “...oh come ballava”; dei sogni che lui faceva e dei timidi approcci rifiutati; di quel tempo che passava tra le loro piccole vite, facendoli perdere di vista e più tardi rincontrare, poi di nuovo perdere e poi...; del carattere schivo di lui e della sua voglia di diventare qualcuno; della semplicità di lei e della sua voglia di vivere; delle scuole elementari e delle scuole medie; della scuola superiore spesso marinata, che lo faceva incontrare con altre “marinare”; della loro corriera che fermava in piazza, e lo sguardo di lei rivolto a quel lui, sull’ultimo sedile, con il bomber, il foulard nero e quell’espressione da duro, che qualche anno prima conosceva così bene; dell’infanzia che stavano salutando e degli amici in comune; del solito ritrovo al solito bar; di “io mi ci farei una storia seria”, commentava lui con un amico; di “sì, è carino ma...”, commentava lei con un’amica; di lui tenebroso che cambiava ragazza un po’ troppo spesso, che si ubriacava e che un giorno c’era ed un giorno “chissà dov’è...”; di lei che, con i capelli a mezza schiena, non si decideva a diventar grande e faceva la sciocca con tutti; di quei momenti che lei si sedeva sulle sue gambe e lui faceva quei certi pensieri...; di sere in discoteche dove lei ballava sui cubi con quelle mini così mini ed aveva intorno i migliori ragazzi, mentre lui beveva Jack Daniels’ e baciava tipe sregolate; di tutte quelle mattine che lei lo vedeva scendere dalla corriera ed incamminarsi nella direzione opposta alla scuola, dritto dritto al bar; di lui che, su quella Uno scassata, qualche volta le dava passaggi e le faceva ascoltare i Nirvana a tutto volume; di quelle feste in case di campagna dove lui ci provava con tutte, facendo la figura del maniaco anche con lei; di quelle feste dove lui andava via con un’altra; di quelle passate a guardare lei con il suo bel fusto; di quei ragazzi universitari che la venivano a cercare al bar, che a lui sembravano maragli; di tutti quegli ormoni che sconvolgevano i loro corpi e le loro menti; della sbandata che lui si era preso per quella ragazza venticinquenne, che per un po’ lo fece eclissare; di quei mercoledì che, intorno ad un tavolo, si raccontavano le loro storie con un sotto sotto di gelosia; di quei concerti dove lui suonava furiosamente la chitarra, con i capelli sulla faccia, senza alzare lo sguardo; di quei concerti dove lei non riusciva a non rimanere affascinata dal suo modo di suonare; di lui che, faticando a rimaner in carreggiata, non gliene importava di nessuna; di lei che sempre più bella gli diceva di smettere di bere e fumare di meno; di lui che di sigarette ne fumava poche, ma si faceva certe canne...; di lei che aveva un ragazzo troppo noioso al confronto di quel pazzo; di “è così poco affidabile e poco costante, però che fascino...”; di quella sera, in quella casino di disco, dove un imbecille che le usava maniere forti si scontrava con i cazzotti alcolici di lui; di lui che dopo averlo steso davanti al suo fidanzato, le girava le spalle e come un eroe si allontanava; degli occhi pieni di lacrime di lei che lo seguivano mentre si allontanava con le mani nelle tasche; di quegli strani mesi dove entrambi erano rimasti soli, perché non si decidevano ad amare nessuno, e che scherzando si facevano gli occhi dolci; di quella strana amicizia che li confondeva parecchio; di quell’avventura spagnola aggregata agli amici di lui, su quel pulmino della Wolkswagen bianco, mangiando pasta stracotta e suonando sulle spiagge; dei soldi spagnoli che, finendo, obbligavano a chieder grana con chitarra e cappello e che la facevano sentir diversa; di quell’interminabile inverno che non capivano bene se era una grande, grandissima amicizia o qualcosa di più, e che anche gli altri lo iniziavano a notare; di quella bocciatura per le troppe assenze di lui, che provocavano in lei parole di fuoco; di “sei troppo intelligente per lasciarti andare così”; di “che si fottano quegli stronzi...”, un po’ felice per la sua preoccupazione ed un po’ incazzato per esser stato un cretino; di quelle estati che si facevano spedizioni di gruppo nel campeggio del mare e che lui era l’unico ad aver posto in tenda per ospitarla; di lei che in fondo era felice di ciò; di lui che non aveva ospitato nessun altro perché ci venisse lei; di quella notte in tenda, che lei aveva freddo e lui l’abbracciava per riscaldarla e che, accarezzandole i biondi capelli, la baciava di sorpresa; della sorpresa che sorprese entrambi; di quella notte un po’ strana dove dall’alto qualcuno, che non riusciva a dormire, faceva cadere polvere di stelle sulle loro teste e la rendeva troppo speciale per non lasciarsi trasportare, e non fare correre mani sui reciproci corpi, e per non fare l’amore e per non fare l’amore..., per non fare l’amore in quella notte un po' strana; di quei giorni seguenti che non ci si capiva più niente tra pentimenti e rimorsi; di lei, divenuta donna, che non sapeva se cercar certezze o se lasciar perdere; di lui che stava troppo male per essere stato così precipitoso e fuori di testa; dell’imbarazzo che si era creato tra loro e tra gli amici che intuivano parecchio; della loro insicurezza e del loro non capire ciò che bene e ciò che male; del loro legame da fratelli che si era spezzato; del sabato seguente che lui, avendo alzato un’altra volta il gomito, baciandola le diceva che voleva fare l’amore, ma che lei lo respingeva decisa; della settimana dopo che lui non la guardava neanche e che lei baciandolo gli diceva che voleva fare l’amore, ma che lui la respingeva con uno sforzo sovrumano; di quel mese che passava in mezzo a loro, che orgogliosi si salutavano di striscio; delle sere a parlarsi e delle sere a non rivolgersi parola; di quel giovedì che dovevano uscire da amici; di quel giovedì sulla Uno scassata come due amici, facendo l’amore fino alle sei, finalmente d'accordo; di quel periodo che stavano a vedere cosa sarebbe successo e che facevano una volta i romantici, una volta gli amici ed una volta gli amanti; della prima volta che un ragazzo solitario con l’espressione da duro disse ti amo ad una ragazza; della prima volta che una ragazza alta e bionda provò amore per qualcuno, e forse più di lui; di tutte quelle risate che si facevano insieme; delle sere al parco dove lui, suonandole la chitarra, finiva per cercar di toglier mutande; di lei che cercava di resistere ma che poi lasciandolo fare, si distendeva, abbandonandosi sull’erba, guardando la luna ed ascoltando il calore dei suoi baci; delle ore e dei giorni e delle settimane e dei mesi, che, passando, smontarono un po' la sua corazza da duro; della fatica che fecero tentando di trasformare quel rapporto immaturo in qualcosa di serio ed adulto; di quel duro che tanto duro non era, e che in realtà beveva meno di quel che le era sempre sembrato; di quel meraviglioso e sconvolgente primo anno che passarono insieme; di quegli inviti di lei, che lo voleva far conoscere ai suoi, ma che lui preferiva aspettare; della prima cena dove lui, teso, avrebbe mangiato anche un topo per non alzar gli occhi dal piatto; per quelle sere dove a casa di lei guardavano la tv pucciando biscotti nel tè, ma che lui non voleva trasformar in abitudine; di quegli "un po’" che, volta per volta, lo facevano esser lì, sempre più spesso; di quella sera che lui le voleva far conoscere Chaky, il suo gatto soriano, e che di conseguenza le presentava i genitori; della mansarda di lui con quella luce fioca e quella finestra rivolta alle stelle, dove era più facile abbracciarsi sotto le coperte che uscir fuori al freddo; della collezione di films sul Vietnam che lui le voleva far vedere, ma che a lei facevan dormire; di quelle sere che lei dormiva con la testa sulle sue gambe mentre lui finiva di guardare, a volume basso, quel film di Stanley Kubrik; di quel certo Kerouak che lo influenzava così tanto e che gli faceva far sogni di libertà; di quell’università nella città lontana che li faceva allontanare per un po’; di quel lavoro che lo faceva sentire in gabbia; di quella settimana che lui, con gli amici musicisti, andava in Olanda, oh dolce Olanda, a suonar tra le mucche; di quella vacanza con la moto in prestito, in Grecia a far “Due di due” in due; di quel lungo viaggio in treno fino a Cape North, mangiando scatolette e sognando fiorentine; di quelle  notti in camera doppia a fare l’amore, al nord come non mai; di quei malinconici ritorni a casa; di quella volta che lui mandava al diavolo il suo titolare andandosene via, che il giorno dopo lo veniva a prender di persona, perché lui il suo lavoro lo sapeva far come pochi; di quello spavento per quell'incidente, che costringevano lei a passar le notti all’ospedale per non lasciarlo manco un minuto; di quei giorni passati a far riabilitazioni atletiche e sentimentali; di quella vacanza Newyorchese che lei aveva fatto per imparar l’inglese; di quelle sere con gli amici a far serate alla Trinità, mangiando fagioli nelle padelle, mentre lei "chissà dov’è adesso, nella lontana terra d’America..."; degli abbracci nei giorni di rientro in patria, seguiti dai lunghi racconti e dalle notti bollenti; di quella volta che durante un concerto fu arrestato per una rissa romagnola; della notte passata nella gattabuia della polizia, scrivendo un poema sulla libertà; dei mosconi che le ronzavano intorno, nelle sere di discoteca, che lo rendevano geloso; della settimana primaverile a Cuba, sulle tracce del Che; di quei due che oramai si giuravano amore, guardando il tramonto, schiena contro schiena; di “ti amo so much”; di “come sarebbe avere una casetta di sassi tutta per noi, ed andarci a passare i fine settimana...”; delle sere in quelle osterie dove bevevano tanto vino da accostare a stracciare; di quella volta che montarono la tenda in mezzo al bosco e passarono un tranquillo week end di...; di quella volta che lui fu costretto a farsi mille chilometri per portare a casa una febbricitante rovina vacanze; di lunedì, soliti e noiosi lunedì; di martedì, soliti e noiosi martedì; di mercoledì, siamo quasi a metà; di giovedì, domani è venerdì, di venerdì, stasera fuori con gli amici; di sabato, together a farsi coccole; di sunday bloody sunday; di quei tanti mesi di lavoro noioso e di esami passati aggrappandosi con le unghie; di quei giorni che non ci si sopportava e che sfociavano nel lancio di oggetti; di terribili sfuriate che lui spariva per tre giorni ma che poi sempre tornava; di tregue fatte facendo l’amore liberatorio; di logorio del tempo che gratta e consuma riempiendo di polvere; delle coppie che si scoppiavano intorno a loro e presagivano qualcosa; di tutta quella libertà che i loro amici avevano e che adesso sembrava lontana; di tutti quei vincoli che vincolano; di tempo di crisi e noia temporanea; di quei mesi che quasi non si parlavano e che facevan sempre le stesse menate; di quel giorno che, invece di festeggiare l’anniversario, pensarono bene di lasciarsi; di quei giorni che lui passava con gli amici, godendosi libertà malinconiche; di quegli stessi giorni che lei passava in discoteche con il cuore lontano; di quei solitari mesi che lui si era fatto crescere una barba così, per ricordare l’avvenimento ed anche perché, essendo un po’ scazzato, non aveva voglia di farsela; di quegli stessi mesi che lei passò attorniata da tanti uomini che la corteggiavano e che la facevano sentir desiderata; dell’orgoglio reciproco di non telefonarsi e di ostentare felicità; di quel tipo con la macchina grossa e la giacca firmata che credeva di essere il meglio, ma che si ridimensionò quando, ad una festa, incontrò un pazzo con una lunga barba che, senza degnarlo di uno sguardo, si portò via la ragazza con cui era uscito; di loro due che risero tutta la notte, pensando a quel babbeo ed amandosi come una volta; della gioia di essere nuovamente insieme; del brio che adesso il loro rapporto aveva acquistato; delle vigilie di Natale nella taverna di lui davanti al fuoco, mangiando frutta e facendo l’amore sul pavimento; di lui che ne aveva sempre voglia e di lei che ne aveva quando le pareva; di lui che si incazzava quando lei non ne aveva voglia; di lui che si scazzava quando lei puntualmente non resisteva; dei pomeriggi a dipingere camere di lei, facendo pasticci colossali; di cabine telefoniche rosse, autobus a due piani e taxi alla Dylan Dog; di università oramai finita e tempo di progetti; di lui che odiava i progetti e non credeva nel matrimonio quanto nell’amore; di lei che odiava cucinare e di lui che non gli piaceva aver per donna una sfaticata; di lui che in casa non faceva un cazzo e di lei che odiava gli altrettanto sfaticati; di loro due che prima o poi si sarebbero dovuti adattare; degli anni che passavano cercando in tutti i modi di non adattarsi, per non darla vinta all’altro; della piccola ma comoda casetta dispersa sulle colline, dove finalmente andarono a stare; delle sere di rientro dal lavoro felici di vedersi; del letto che non avevano mai avuto e che adesso assopiva le tentazioni; della felice convivenza e del non facile rapporto con i problemi; di arrivo di pargoli e preoccupazioni educative; di quei due tipi, ormai adulti, che non si decidevano a crescere e che scelsero di chiudere la televisione in una scatola in soffitta, per tenerla lontana dai figli; dei giochi di legno che lei comprava ai due piccoli fratelli, perché non perdessero il contatto con i materiali della natura; delle ore che lui passava a giocare coi bambini; della buonanotte che lei dava a loro, leggendo favole antiche; dell’anticonformismo che regnò in quegli anni, in quella piccola casetta, dove i suoi abitatori rifiutavano che il progresso si impadronisse delle loro menti; di lei e lui genitori strani e lei e lui figli svegli; del sole che ogni mattina si affacciava sulle colline dove vivevano; delle nuvole che solcavano il pezzo di cielo sulle loro teste; delle primavere, seguite da estati, seguite da autunni, seguite da inverni, seguite...; di acqua che trascinava piccoli sassi nel rio vicino al loro giardino; di questo pazzo tempo che correva come non mai sulle rughe dei loro volti; del sudore speso per coltivare pomodori ed insalata; dell’orgoglio nel guardar crescere i figli; degli aquiloni delle primavere; dei loro piccoli e grandi casini adolescenziali; delle gite di famiglia; delle riunioni scolastiche; della fine di un’epoca; dei loro ragazzi che sembravano già così grandi e simili a loro; dei loro fidanzati e delle loro fidanzate che ogni tanto cambiavano e che causavano dispiaceri a lei, la solita sentimentale; dei matrimoni dei loro figli con l’orgoglio e con il groppo in gola; di una vita nuovamente soli; dei loro due gatti che erano rimasti la loro compagnia; delle discussioni che facevano per ogni banalità, ora che tanto tempo era passato e le giornate sembravano lunghe più che mai; della loro piccola casetta di campagna dove allevare conigli e galline era rimasto il loro divertimento; dei conigli e delle galline che morivano di vecchiaia, perché loro due non si sarebbero mai sognati di fargli del male; delle guerre che la televisione, ora tolta dalla scatola, faceva vedere; delle guerre che non si capivano e facevano stare in apprensione; delle telefonate di lei alla figlia, durante la notte, per quel brutto sogno; di tutto quel casino di mondo, che fuoriusciva da quel tubo catodico, dove nessuno più riusciva ad andare d'accordo; di bombe che devastavano intere città e facevano morire innocenti; di vite spezzate; di anni di grandi paure; di pagine strappate dal calendario; di fotografie ingiallite; di questi due vecchietti un po’ gobbi che non capivano che bisogno c'era di fare la guerra; di quelle volte che lei si fermava a guardarlo, mentre ascoltando il telegiornale aveva le lacrime agli occhi; di quei continui attacchi di cuore che gli facevano mancare il fiato ma che lui le teneva nascosti; di lei che sotto sotto se n'era accorta; di quella notte che si addormentarono per un’ultima volta abbracciati, che mentre lui dolcemente se ne andava, lei gli diceva che lui sarebbe stato il suo cavaliere per sempre; di quella mattina successiva che lei avrebbe voluto mettersi al suo posto; delle telefonate con la voce rotta agli amici di sempre; di quel solitario piccolo giorno, in un solitario piccolo prato, in un solitario piccolo cimitero; di quel mazzo di margherite gialle, del loro giardino, su quella tomba così semplice; di quei pochi e malinconici  tristi anni, che lei passava a parlare al cielo aspettando di raggiungerlo; di tutte le mattine che lei andava a mettergli nuove margherite gialle; di quell’ippopotamo rosa di peluche, con cui lei dormiva da piccola, e che adesso le faceva nuovamente compagnia; di un’altra vita che giungeva al termine; di quelle due piccole croci in legno, in quel fazzoletto di mondo ricoperto da margherite nate spontaneamente; di due anime che si rincontravano in cielo e che ora sarebbero rimaste insieme per sempre; di quelle due anime che, in fondo, lo avevano capito dal primo momento che si erano visti, perché certe cose scoccano una volta sola e se scoccano lo si capisce; di ancora queste due anime che, sedute sul ciglio di una nuvola, guardano in basso quel mondo che ha fatto pace e vedono i loro figli ed i loro nipoti e vedono la vita che scorre là in basso tenendosi per mano; di quei due nuovamente liberi, nuovamente giovani in un mondo pulito, che corrono nel prato della loro casetta di nuvola, ed accendono quel vecchio grammofono che suona quei dischi di swing degli anni ‘30, ...dei loro anni.         

 

 

 

 

 

 

 

 


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