
Sszzoocckk
Ero lì solo per caso. Non dovevo preoccuparmi: quel posto non doveva esistere, non era vero. Era sicuramente un prodotto della mia immaginazione. Però lì si stava da inferno, c'era un caldo atroce ed un odore di chiuso insopportabile. Da chiudere le narici. Qualsiasi cosa odorava di bianco. Le cose, le pareti, gli oggetti e le persone. Le loro anime ed i loro cuori. Bianchi. Quello era un posto dimenticato da Dio ed io c'ero solo per caso. Per errore.
La visione che avevo nella testa era la chiave
per capire dove ero e perché. Vado a ritroso con la mente scorrendo all'indietro i
fotogrammi della memoria che mi passano davanti agli occhi come fossero quelli
di un film. I ricordi però sono confusi, sono frammentati, mancano di pezzi
determinanti. Non c'è mai un inizio nei nostri ricordi, è per questo che la
realtà non la si
riesce a decifrare. Ecco, ci provo, vado all'indietro nelle mie memorie sepolte.
È buio. Mi sto trascinando, quasi correndo, su di una spiaggia, sento il sangue
caldo che mi cola dal naso e giro continuamente la testa all'indietro in cerca
di qualcosa. Quel qualcosa da cui io, evidentemente, sto scappando. Sento dietro
di me dei rumori. Passi trascinati sulla sabbia umida della notte. Sento un
respiro affannato. Un respiro di una timbrica potente, se mai si possa
attribuire una timbrica ad un respiro. E allora cerco di correre ma non mi riesce di
farlo. Lo sforzo è troppo grosso per le mie energie carenti e poi la gamba
destra pare non volerne sapere di seguirmi. Il piede si orienta verso l'esterno
strisciando la punta nella sabbia. L'inclinazione della gamba, dal ginocchio in
giù, sembra tutta sbagliata. Come se la gamba fosse rotta. Spezzata. Il buio
davanti a me è fitto come la pece - nero - ed io mi ci perdo cercando di
mettere a fuoco gli occhi verso l'infinito. Non una luce all'orizzonte. Non un
puntino luminoso nel cielo: non riesco a capire dove finisca la terra e dove
inizi il cielo. Gli occhi
mi fanno male. Mi bruciano, forse perché li sto sforzando, anche se dovrebbero essersi
abituati all'oscurità, le pupille dovrebbero essere dilatate ed il buio essere meno buio.
Invece niente. Nero. Corro ancora, faccio fatica. Dietro di me sento la presenza
ansimante guadagnare terreno, lo sento a pochi metri dalla mia gamba sbilenca,
dieci, forse quindici se va bene. Respira. Respira, come respirerebbe un animale
che sente l'odore del sangue della sua preda: io. Ho paura, corro o almeno cerco
di farlo. Anche lui non deve muoversi agevolmente, concentrandomi sui suoi passi
mi sembra di percepire un rumore regolare successivo a quello dei piedi, come se avesse un bastone a cui
appoggiare il peso. Una stampella forse.
La sabbia è
bagnata dall'umidità e dalle onde del giorno, infrante sul bagnasciuga. Però
è anche morbida. Ci affondo perdendo di efficacia, facendo uno sforzo
notevolmente maggiore, più mi allontano dal mare. Ora il respiro lo sento
vicino. Deve aver guadagnato ancora terreno. Guardo in avanti nuovamente in
cerca di un riferimento da seguire che non sia il rumore dell'acqua. Niente. Gli occhi mi bruciano. Mi bruciano
in modo incredibile. Credo che li stia sforzando in modo irragionevole, forse
dovrei smettere. Provo a toccarli, a portare loro un po' di refrigerio e con le
mani sento il sangue. Caldo. Sangue. Inconfondibile. Sangue. Che cola. Sangue.
Che cola caldo. Sangue. Sulla faccia e sulle guance. Sangue. Che scende. Piano.
Regolare. Sangue. Sugli occhi. Sotto gli occhi. Sangue.
Tocco due ferite, due fessure, due aperture, lacerate. Non vedo, certo: ho due
voragini al posto degli occhi. L'angoscia sale da dentro. Sento bruciare ancora
di più quella parte della faccia e con le dita continuo - incredulo - a tastarmi,
penetro dove dovrebbero stare i miei bulbi oculari, dove dovrebbero esserci le
palle degli occhi. Invece tocco solamente il vuoto. Sento il caldo del sangue sulle dita,
l'amaro del sangue nella bocca ed il panico crescere.
Il respiro ora è proprio vicino, dietro di me. La fatica aumenta. È più
difficile scappare se ti fai prendere dal panico. Non devo farlo. Quello che più
mi inquieta è che adesso non so più se è giorno o notte. Davo per scontato
che fosse notte, eppure adesso ho dei dubbi: ero io a non vederci. Ero
io che vedevo buio. Forse è giorno, un giorno umido, un giorno di foschia.
Freddo. Forse c'è la nebbia. Continuo a scappare, dovrei urlare. Probabilmente
c'è qualcuno che mi sta guardando da lontano, qualcuno che pensa che stia
giocando con un oscuro signore zoppo, un signore che porta una lunga barba bianca e buffi
vestiti da clown. Non so perché io sappia che il mio carnefice sia così. O
come faccia a saperlo. Ma lo so, ne sono sicuro, probabilmente devo averlo visto mentre mi
toglieva gli occhi, mentre mi infliggeva disumane sevizie. Se mi sforzo ricordo la sua faccia
completamente rossa e gli occhi da clown, gialli. Dovrei gridare. Dovrei farmi
sentire. Ci provo ma non ci riesco. Non riesco ad emettere alcun suono. Niente.
Il silenzio. Solo un timido gemito proviene dalla mia gola devastata. Ma perché?
Ancora mi tocco. Nel collo trovo ferite e lacerazioni. Sangue. Sangue copioso.
Caldo. Amaro. Sangue. Che scende in basso. Che inzuppa la maglia. Fin nel petto
e nella pancia. Sangue. Il mio. Le corde vocali spezzate: sono muto. Sento un
dolore pazzesco e ancora un'ondata di panico crescere.
Corro. Tento di aumentare il ritmo, accelerare la cadenza. Il ginocchio mi
ballonzola a caso. Con il piede ora all'interno ed ora all'esterno. Fatico a non
inciamparmici. Raduno le energie, eppure nonostante i miei sforzi l'uomo, il
clown, mi sta proprio di dietro: sento quasi il suo respiro, il calore del suo
corpo che inesorabilmente guadagna terreno. Il suo respiro. Da animale.
Impazzito. La timbrica potente. Mi sembra di vederlo mentre con una mano regge
il bastone scuro e nell'altra brandisce l'ascia. Quell'ascia che viene levata in
alto. Che produce quel fruscìo nello scendere nell'aria, a forte velocità.
Sento la
sua lama pesante calare su di me fino a penetrare la mia spalla destra
e provocarmi un male inimmaginabile. SZZOOCCKK.
Dolore.
Il colpo improvviso mi fa guadagnare terreno. Ancora dolore. L'uomo-clown ha perso
qualche metro, avendo dovuto applicare un forza all'indietro per estrarmi la
scure dalla parte alta della schiena. Dolore. Si dev'essere sbilanciato.
Dolore. C'è stato un tonfo: è sicuramente caduto. Scivolato dall'appoggio
malsicuro del suo fido bastone. Stramazzato nella sabbia con la scure nella
mano. Stretta nelle sue certezze crollate. Il dolore mi pulsa da ogni parte del
corpo. Vorrei buttarmi nel mare eppure in un lampo di estrema lucidità,
istintivamente, mi arresto e mi giro, correndo a ritroso verso di lui, verso il
punto dove è caduto. Il dolore mi ha donato una seconda vista: l'udito.
Attraverso l'udito lo sento a terra e così mi sembra quasi di vederlo. Ora so dov'è con
precisione seguendo il suo respiro, fin dove lui sta disteso, tiene ancora la
scure nella mano. Arrivo proprio lì davanti e buttandomi in avanti gliela
blocco con il ginocchio sano. Il mio carnefice è qui, sta a terra a pancia in
basso. Per me è un gioco da ragazzi tenergli la faccia piantata nella sabbia e
con l'altra mano sfilargli l'ascia dalla sua. È quasi inerme. Non fa che pochi
piccoli movimenti quasi impercettibili ogni volta che gli affondo la scure nella
schiena. Dice di no. Scuote la testa. La mia adrenalina è alle stelle in un
fremito che mi attraversa il corpo.
SSZZOOCCKK.
Una.
SSZZOOCCKK.
Due.
SSZZOOCCKK.
Tre.
Quattro.
Cinque.
SSZZOOCCKK...
Dicono che l'abbia fatto a pezzi, che l'abbia devastato. Che il pezzo più
grande di lui non era che un misero brandello, grande poco più di un tozzo di
pane. Raccontano che l'abbia ridotto a qualcosa di irriconoscibile e che quando
mi hanno trovato stavo ancora vibrando fendenti. Era già mattina, molte ore più
tardi di quando l'ho raggiunto. E c'era una brezza fresca molto piacevole. C'era
il silenzio con la voce del mare che cantava, calma, una canzone liberatoria. Di
morte. SZOCK. Sostengono anche che per
fermarmi hanno dovuto tenermi le braccia nonostante sia di
corporatura esile e non dotato di una forza particolare. La sua testa era un
ammasso informe di materia. E c'era sangue dappertutto. Con il suo tipico odore
dolciastro. Caldo. Morbido. Mescolato alla sabbia, scomposta e bagnata. In un
rosso come di tramonto. SZOCK.
Ora sono qui. Tutto è di un bianco penetrante e fastidioso nonostante io sia
cieco e non lo riesca a vedere. Il posto puzza terribilmente. Non di chiuso come credevo ma di
medicinali. È un odore intenso, quasi insopportabile. Mi hanno chiuso qua
dentro, come un criminale. Non ho via di scampo. Non ne posso più di punture: mi fanno male gli aghi che penetrano la
pelle. Basta cuciture nella carne.
Basta sangue. Sangue. Sangue. Sangue. Sangue. Devo scappare: sono prigioniero. Vogliono
lasciarmi qua per l'eternità. Devo scappare. Mi alzo dal letto con grande fatica. La
gamba steccata mi rallenta, riesco comunque a raggiungere la porta chiusa. Sento
dei passi, sento lo strisciare del camice contro le gambe. È ancora lui, il dottore: ne
riconosco l'odore. Vuole farmi ancora del male. Agli occhi. Con quella roba che brucia.
Mi sembra già di vederlo nonostante ci separi uno spesso strato di legno. È
vestito da clown e porta una lunga barba, bianca. Sudicia. La faccia rossa e gli
occhi gialli.
Lo aspetto nascosto, non appena lo sento varcare la soglia gli calo sulla testa, con tutta la forza di cui dispongo, la pesante armatura metallica che mi reggeva la gamba.
E lo ammazzo.
Tanto non è vero.
È tutta una finzione.
Un sogno brutto, la mia immaginazione.
SSZZOOCCKK.
Fine

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