1° puntata                                            Le regole: la scrittura collettiva

2° puntata                                            Trama, spunti e idee

3° puntata       

4° puntata    

5° puntata  

6° puntata  

7° puntata     

8° puntata                                  

 

 

 

Alex

 

Era stata una pessima giornata per Alex. Al lavoro l’avevano stressato all’inverosimile: mille telefonate inconcludenti, solleciti di lavori mostruosamente noiosi, lamentele sterili sul capufficio, il collega, la donna delle pulizie e la mensa indegna (era effettivamente indegna). Atteggiamenti che di lunedì proprio non riusciva a tollerare.

Poi l’auto aveva avuto un inaspettato e repentino peggioramento, si era avviata in modo spedito e irreversibile verso la propria fine, evidenziando problematiche sconosciute prima di allora. Maledetta marmitta! Maledetta carburazione…

Non sapeva nemmeno se la propria auto avesse o meno un carburatore!

In aggiunta aveva avuto l’ennesima conferma di aver perso, insieme a buone prospettive future, la maggioranza dei propri risparmi.

“C’è una possibilità su un milione di recuperare i suoi crediti perché il tal decreto… la tal banca… bla bla bla…”

Al diavolo la Parmalat, al diavolo tutti quanti!

Era stanco, sfinito, aveva fame ma nel frigo non c’era nulla di commestibile, a parte una vecchia fetta di formaggio. Odiava anche il formaggio!

Era stata una pessima giornata, così pessima che nemmeno una doccia calda avrebbe potuto salvare la situazione, nemmeno una donna. Be’, forse una donna…

Avviato alla rassegnazione, consapevole che nessuna donna sarebbe venuta in suo soccorso, Alex si sedette stanco sul divano e accese la tv: davano la guerra a reti unificate, che fortuna!

   

 

 

Rimase seduto immobile come se per un istante tutto si fosse cristalizzato poi prese nervosamente a saltare da un canale all’altro: una macchina che esplodeva in una strada polverosa, nei pressi di un edificio affollato di Baghdad. Morti. Feriti. Urla. Sangue e panico. Scoppiava una volta. Poi a distanza di qualche secondo, tra le opinioni monotematiche di sottofondo, scoppiava di nuovo proiettando nei telespettatori, con tutta probabilità, la stessa dose di orrore della prima esplosione. Scoppiava ancora sul primo. Ora sul secondo. Ora sul cinque. Sul sei. Di nuovo sul primo. Ancora sul secondo. Primo. Cinque. Sei. Primo. Secondo. Secondo. Ancora secondo (se ci fosse stata una gara di esplosioni, il secondo l’avrebbe vinta). Esplodeva ancora una volta, quella maledetta bomba, spargendo nuova inquietudine e nuovo senso di impotenza; la morte, quella, l’aveva prodotta con grande efficacia molte ore prima, in diretta. Eppure, nonostante il tempo passato, lei, testarda, continuava a esplodere, quasi che la sua vera potenza si fosse rivelata proprio durante i mille replay. I telespettatori, vittime di certo più fortunate, sarebbero stati costretti a subirne gli effetti chissà per quanto tempo ancora, giorni, forse settimane e con i commenti dei tuttologi di sottofondo.

 

Alex non reagiva. Cosa cercava quando con il dito passava, a intervalli regolari, da un canale all’altro?

 

Accasciandosi sul fianco destro cadde in un sonno improvviso e profondo. Fece sogni strani. Sognò di portare la pace nel mondo, di decretare una legge per impedire il commercio e la produzione di armi. Una che aboliva la schiavitù. L’intolleranza…

Poi vinceva le elezioni degli Stati Uniti irridendo dal palco Bush e Kerry. Li sbeffeggiava entrambi senza pietà, facendone caricature goffe ma efficaci. Poi mandava via ambasciatori e giornalisti per circondarsi di un centinaio di play girl seminude che inneggiavano a lui senza interruzione. Parlava al mondo collegato via satellite. Diceva che nelle scuole doveva esserci più sport, che la passata di pomodoro, come il latte, doveva essere alla portata di tutti. Si ostinò a ripetere con ossessiva enfasi che la pizza l’avevano inventata gli italiani, sostenendo che quelli di Pizza Hut erano ridicoli a vendere le loro per originali.

Poi d’improvviso stava giocando la finale della coppa del mondo di calcio al Maracanà gremito. Prendeva palla e seminava avversari con una disinvoltura a dir poco fenomenale. Colpo di tacco. Di spalla. Serie di palleggi con la testa mentre correva. Una finta. Un’altra. Poi un tiro improvviso che si insaccava sotto l’incrocio dei pali. GGOOOLLL… La folla in delirio che scandiva il suo nome ALEX-ALEX-ALEX…  

Un secondo più tardi era nel centro del ring al Madison Square Garden, in pantaloncini e guantoni, che fronteggiava una centocinquantantina di chili di un Mike Tyson parecchio incazzato. Come poteva sperare di farcela? Eppure… Saltellava evitando i fendenti. Piroettava come una ballerina mandando l’avversario a vuoto. Fintava di andare a sinistra e sgusciava fulmineo a destra. Tyson sferrava pugni con furia e più lo mancava più la furia cresceva tuttavia Alex non tradiva alcun segno di preoccupazione. Anzi, sorrideva… Aveva un ghigno che diceva: non crederai davvero di colpirmi? E infatti non c’era verso che l’avversario riuscisse ad andare a segno! Infine, stanco di evitare i colpi, lasciava partire una grandinata di cazzotti che si stampavano sulla faccia dell’avversario sgomento. Gancio destro. Gancio sinistro. Uno-due. Uno-due-uno-due-tre-quattro… Pim, pum pam.

In meno di un minuto Tyson era al tappeto supplicando l’arbitro di interrompere il match..

DRRINGG…

Il pubblico in visibilio.

DRIINNG…

La gente che urlava come impazzita.

DRRIINNGG…

Campione-campione-campione.

DRRIING…  

Quell’ultimo dring lo strappò con prepotenza da quelle visioni demenziali per riportarlo, con un certo sadismo, sul divano di casa.

Alex rispose con un “pronto” che tradiva la consapevolezza di aver perso l’invulnerabilità. Come se all’improvviso Superman si fosse accorto di essere, a tempo pieno, quel pirla di Clark Kent!

Tuttavia non ebbe molto tempo per pensarci: sua sorella aveva una nuova crisi.

 

 

Marta e Sara

 

Marta e Sara erano amiche dai tempi del liceo. La loro era una tipica amicizia da  dipendenza, sia fisica che psichica. Di quelle  che se non ci si sente una volta al giorno e non ci si vede una volta alla settimana, meglio se due, vengono strani pruriti seguiti da orribili macchie rossastre.

Tuttavia Sara era fidanzata con Mirco da 5 anni, e se l’assenza di Marta le procurava malumore, per Marta l’assenza di Sara era molto più grave.

 

“Pronto?”
“Che voce! Notti insonni… beata te!”
“Sara!”
“Sei ancora viva? No perché se non ti telefono io…”
“Lascia stare, ho avuto una settimana terribile”
“Che ti è successo ‘sta volta Marta, sentiamo…”
“Cosa vuoi dire, che sto sempre a lamentarmi?”
“Sempre! Dai, racconta”
“Non ho mica niente da raccontare… è solo che.. bho.. Ti capita mai  di non aver voglia di far niente?”
“Un giorno sì e l’altro pure.. Hai dei problemi al lavoro?”
“No, ma va… parlo in generale.. non ho voglia di uscire, non ho voglia di mangiare.. sto malissimo, davvero”
Ma vè! E com’è che ti è presa così male? Cos’è questo rumore?”
“Niente tentavo di prendere una… aiuto… scatola… mmm... di biscotti al cioccolato che ho lasciato sul divano… be'  sai… torno a casa alla sera e me ne andrei a letto, solo che se vado a letto arriva subito mattina… allora mi metto davanti alla tv e faccio zapping fino a mezzanotte.”
“Ti sprechi! Certo che stai male se guardi TU la tv!"

“Già, infatti fa schifo…Ho così voglia di piangere… è un periodo di merda…”
“Ma lo sai che hai rotto con ‘ste paranoie… pensa a me povera creatura tra le mani di quel… va be'”
“Mi va tutto storto… poi… poi ho dei capelli orribili”
“I tuoi? Pensa ai miei, non vedono parrucchiere da una vita.”
“E sto ingrassando a vista d’occhio… non entro più nei jeans... non ho niente di bello da mettermi.”
“Certo che se mangi biscotti al cioccolato ci sei vicino!"
“Sto diventando una balena!”
“Balena? Vedi che è difficile trovare i krill, le balene ne vanno matte!"
“Non mi prendere in giroooo… cosa sono i krill?”
“Microcreature vegetali, li mangiano le balene… proteine in qualche modo”
“Ti sei data alla scoperta di Quark?”
“No l’ho letto sul “Chi vuol essere milionario” che mi sono scaricata da internet.”
“Pensa ai miei problemi stronza. Io sono un vagone e devo mettermi a dieta e tu pensi ai giochi su internet!"
“Aaaaahhhh ora basta! Ma ti sei vista? Sono il doppio di te! Mi sembri una scema!”
 “E non ho un paio di scarpe decenti da mettermi. Ci pensi?”
“Eh see...”
“Uffa Sara è proprio un brutto periodo”
“…” 

Sara staccò la cornetta dall’orecchio come se ascoltare i piagnistei dell’amica le creasse uno stress insostenibile. Marta del resto si lamentava in continuazione e per futili ragioni. Era vulcanica ma insicura. Energica ma paranoica.

 

“Figurati che ieri sera dovevo uscire con Ale ma ho trovato una scusa e sono stata in casa.”
“Dovevi uscire con Alessandro della palestra? Quello che fa spinning?”
“Già… Non ce la potevo fare.. Voglio dire, potevo presentarmi conciata così??”
“Quel strafigo che se mi chiedesse di uscire mollerei tutto per una notte con lui?”
“E se succedeva qualcosa? Lui infisicato di brutto e io che sembro un baule…”
“Non ci credo, non ci credo… Sei proprio deficiente, tutte tu me le devi far sentire... Senti una cosa… Ma la settimana scorsa non eri uscita col suo amico?”
“Sì” Attimo di silenzio. “Perché?”
“Be’ sì, per te è la cosa più normale del mondo.. prima esci con uno e poi col suo migliore amico… voglio dire, ti sembra una cosa normale?”

Sara sorrise.

“Con Franz mica è successo niente.. siamo usciti da amici..”
“Si ora si dice così. Non avevi detto che…”
“Vabbè qualcosa.. ma una roba senza importanza…”
“Sì be’… era un bacio da quindicenni, con gli ormoni in subbuglio! Certo!”
“Sara AIUTO… sto entrando in depressione…” disse Marta con voce piagnucolante.

“Dai, vengo a prenderti tra mezz’ora”
“E…E dove andiamo?”
“A fare shopping.... Di biscotti chiaro!”

 

Shopping, già, come se lo shopping fosse la cura di tutti i mali. Alle volte veniva da chiedersi se quelli del terzo mondo stavano male perché non potevano permetterselo. E poi la dieta… Non era possibile che Marta parlasse di dieta, non si guardava allo specchio? Se fosse dimagrita un altro chilo avrebbe rischiato di sparire.

Percorrendo il viale principale della città non smettevano di parlare, sovrapponendosi come solo due donne sono capaci. I noiosi problemi della vita di Sara si scontravano con quelli più movimentati di quella di Marta. Guai lavorativi contro tagli di capelli alla moda. La noia della televisione contro i guai dell’amore in macchina. Il corso d’arte che soccombeva al cospetto di una serata in disco con annessa scappatella.

Sara camminava con il suo carico di pensieri normali, la sua vita sembrava incanalata verso una solida unione matrimoniale. Marta invece continuava a parlare di uomini come fossero flirt. Uomini a tempo determinato, li definiva. Amici speciali.

 

 “Senti cos’è sta storia che ti dedichi ai giochini di internet?” chiese Marta all’improvviso.
“Qualcosa devo pur fare. Mirco ultimamente mi sta preoccupando. E’ da un po’ che sta sempre alla tele” disse Sara.

“Dai”
“Tutto quel calcio.. partite.. interviste… Poi adesso si è perso dietro alla play station.. Anche lì calcio e corse in macchina: non lo sopporto!”
“Non è che ti serve un po’ di quella roba” disse Marta indicando un sexy shop.
“No grazie, se ne ho bisogno passo da casa tua”

All’improvviso Marta cambiò discorso: “Ale è troppo maschio. Se mi ricapita a tiro giuro che lo violento”

Sara rise. Era sempre così, iniziava a parlare di sé e dopo tre secondi Marta la seppelliva con le storie dei suoi mille ragazzi.

“Mi attrae fisicamente.. niente di serio.. Ma se quella troietta biondina non la smette di stargli intorno…”
“Quella tipa della palestra?”
“Si capisce lontano un miglio che se lo vuol fare”
“Se continui a mandarlo male perchè sei presa dalle tue paranoie è probabile che lui cerchi altrove, cara!”
“Ma lei è orribile! Non so come potrebbe andare con lui… E pensa che ha il moroso ed è pure un bel maschio!”
“Che bastarda… quella sì che ha capito tutto dalla vita.”
“Se ci penso mi viene un nervoso…”
Rimasero un istante in silenzio.

“GUARDA CHE SCARPE BELLISSIME” urlò all’improvviso Sara.
“Fantastiche”

 

Scarpe… Marta la settimana precedente aveva avuto una storia con un tizio conosciuto su internet. La cosa allucinante era che non ne ricordava il nome. Ne parlava con l’amica e le sembrava impossibile averlo dimenticato dopo l’intimità che c’era stata. La cosa inquietava. Sandro.. Marco.. Manuel… Ricordava solo il nick che usava in chat: dolce78. Dolce poi lo era per modo di dire...

 

Fu distolta da quei pensieri dalla domanda di Sara. 

“E Luca?”
"Luca? Luca è un amore.. ma..."
"Sono mesi che bene o male vi frequentate e ancora a dire che Luca ha qualcosa che non va?"
"Appunto non è una storia seria e duratura. Ho un certo presentimento che… non lo so."
"Eccheppalle con questo non lo so..."
"E' che non lo so davvero!"
"Va bene Marti, però devi darti una mossa"
"Ma io la mossa me la do.. è che non sono convinta.."
"E ci esci per mesi??"
"Intervallati. E poi… Poi Luca non è l'uomo della mia vita, l'ho detto: contenta?"
"Hai detto giusto, con intervallati. Come puoi pretendere di conoscere un ragazzo seriamente se esci con lui e altri 30.000? E poi tutti non sono mai l'uomo della tua vita!"
"Mica vero."
"Io ne ho conosciuti pochi ma l'ho trovato, quello che cercavo."

“Sì ma passarete il tempo nella sala giochi della vostra casa. Tu internet e lui play”

"Non stiamo parlando di me. E poi questi sono momenti che una coppia passa sempre”
"Il tuo tipico atteggiamento quando sai che ho ragione: g-l-i-s-s-a-r-e”
“Tu invece…aspetti il principe azzurro e trovi sempre qualcuno che ti delude"
"E allora cosa dovrei fare, aspettare il PRINCIPE STORPIO?"

Risero.

“Senti stasera che fai?”
“Non so Mirco ha una partita di calcetto e non so a che ora finisce.”
“Bene…Verso le 11 ti passo a prendere e stasera torni single!”
“Ma… Non posso e poi cosa dico a Mirco?”
“Mica ho detto che devi tradirlo, sembri una vecchia, stai sempre in casa. Da quanto non usciamo insieme, sole io e te?”
“mmmhhh alle 10.30?”

 

Alla fine comprarono le scarpe: Sara un mocassino basso davvero carino. Marta una scarpa col tacco a dir poco vistosa.

Ultima tappa: un parrucchiere.  

 

.

Claudia.


“Caz… cos’ha combinato ‘sta pazza?”

 Sempre la stessa domanda ogni volta che Alex vedeva sul display del cellulare il nome della sorella

“Claudia, porca puttana…” Si diceva a voce alta.

 

Ripercorreva i tempi della loro adolescenza come flash mentali di quando guardi fotografie. Ricordava quando erano adolescenti e dividevano una stanza già piccola per uno.

“Voglio restare sola…”
“E’ anche mia questa camera”
“Devo telefonare”
“Puoi andare di là”
"S-P-A-R-I-S-C-I”

 

Rivedeva la sorella alla scrivania. Scriveva quaderni fittissimi di parole a carattere tondeggiante o disegnava ghirigori incomprensibili su fogli di carta volanti. Forse sognava a occhi aperti, ma cosa sognava? Non la poteva capire lui, troppo piccolo, semplice, a volte infantile. Maschio.
L’uragano Claudia la chiamavano.

“Cla, vuoi toglierti dalle orecchie quelle cuffie?”
“Shhh… la-la-la… na-na-na…”

 

Flash che venivano a galla mentre cercava qualcosa da mettersi addosso, una maglietta, un jeans.
Ricordava quella volta alle medie quando tipi assurdi lo avevano preso di mira. Per giorni e giorni aveva tentato di evitarli, poi si era intromessa lei senza mezze misure.
“È mio fratello” aveva detto.
“E allora?”
“Lascia che ti spieghi...”
Claudia aveva preso sotto braccio il capobanda e gli aveva parlato nell’orecchio. Aveva continuato a bisbigliare per almeno 5 minuti e lui aveva ascoltato senza proferire parola. Cosa avesse detto a quel piccolo arrogante resta ancora un mistero, ma da quel momento lo avevano lasciato in pace.
“Si può sapere cosa gli hai detto?”
“Ehhh… Cose da donna, non puoi capire tu” 

Claudia la scapestrata, così stravagante, fuori moda e fuori dal tempo da non sembrare umana. Forse era un fumetto... Testarda da non crederci e tanto solare da rallegrare chiunque le fosse vicino. Eppure, sotto sotto, così tragicamente illogica e irrazionale. Un’ansiosa patologica.

Era amica di un sacco di gente, da figli di papà che giravano in macchine scintillanti a punk così punk che la gente cambiava strada quando li vedeva. Dai meccanici precoci ai calciatori mediocri della squadra del quartiere. Dai laureandi che non si laureavano mai, agli psicologi bisognosi di cure. Fino ai peggiori nullafacenti. Perenni polemici che si lamentavano di tutto. E pseudo rivoluzionari vestiti firmato che predicavano una fantomatica parità sociale. 
Gente strana, tutti maschi, chissà perché.

 

E nel periodo dell’università? Che dramma in casa…
“Devi impegnarti, come farai a laurearti se stai sempre in giro?”
Un esame passato.
“Devi stare sui libri, smettila di fare disegni incomprensibili”
Altro esame.
“Smettila di fumare in camera, quante volte te lo devo ripetere?”
Ancora un esame.
“Mi fai andare fuori di testa”
Promossa.
“Ma tu ti droghi?”

 Il giorno della laurea era vestita come una cartomante tzigana che prediva gloriosi futuri. O una meretrice dell’est in pausa lavoro. O una pazza scappata da chissà quale manicomio. Scompigliata. Malmessa. Con un sorriso che contagiava qualsiasi platea.

 “Dio bono, possibile che in questa cazzo di casa non si trovi mai niente?” diceva Alex tra sé mentre buttava all’aria il contenuto dei cassetti. 

Era andata a lavorare per uno studio abbastanza famoso di Bologna. Ma dopo poco lo aveva piantato in asso.
“Perché?” 
“Il capo ha un alito da non credere. Non posso più sentire quell’odore…  Nemmeno se mi coprono d’oro”
“Cla, tu sei scema davvero”

 

Erano seguite scenate isteriche da parte di tutti. La madre aveva urlato frasi sconnesse in lingue misteriose, rivolta a un qualsiasi Dio. Il padre aveva dato in escandescenza, stanco di sentire casino durante la partita. Claudia si era dimenata come un’epilettica. Alex si era messo in mezzo prendendo del cretino da tutti. E il gatto aveva martoriato un divano già parecchio massacrato.

 “Dove credi di andare?”
“Vado via”

Prima Budapest con Marcella. Poi Vienna con Lorenza. Londra con Mary. E infine Amsterdam con chissàchi. 

“Torni a Natale?”
“Bho”

 Cos’era successo in Olanda? Perché, una volta tornata, Claudia non era stata più quella di una volta? Perché lo chiamava nel mezzo della notte in preda a paranoie che non erano umane? Una volta gli acari... Un’altra la gravità terrestre… “Cazzo - pensava Alex - chi mai si mette a pensare alla gravità terrestre nel cuore della notte? E perché mai avrebbe dovuto smettere di tenerci sospesi nello spazio, Dio santo, Claudia?“
Poi quella volta che si sentiva spiata. “Ma chi ti spia a te?” 
Infine il rifiuto del cibo. E il rapimento degli alieni…

 

Lo tormentava di continuo telefonando a orari impensabili tanto che se poteva, fingeva di non esserci. Svicolava. Fuggiva. Usciva di casa senza meta. Percorreva strade deserte con la musica alta per non pensare alle paranoie della sorella. E al senso di colpa.

Alla fine uscì con i capelli arruffati. Mezzo svestito. Sconvolto e stravolto. Al piano terra incontrò la vicina di casa.

Si guardarono senza dire una parola.
“Ma chi diavolo sei?” pensò Alex uscendo in strada.
“Chi diavolo sei, eh?”  

Vocazione e burro

Venerdì sera. Il venerdì sera era quella serata che si aspettava tutta la settimana e creava grandi aspettative. Forse perché era la sera in cui c’erano tutti, sia gli amici single che quelli impegnati, forse perché il sabato si poteva dormire. A ogni modo Alex aveva smesso da un pezzo di crearsi illusioni sulle sere del venerdì. Vedeva gente, ragazze carine, beveva buone dosi di alcolici di varia natura, fumava quel che c’era da fumare, rideva e soprattutto si guardava intorno. Guardava la gente che gli passava vicino speranzoso che uno di quegli sguardi andasse a segno trasformando ragazze in succubi concubine. Non era il solo a comportarsi così, ogni maschio lì dentro lanciava raggi laser che colpivano zone erogene di stangone mezze svestite, le quali però, chissà perché, ne risultavano indifferenti.

 

“Come va? Tuttapposto?”
“Me la cavo… Tu?”
“Abbastanza in forma.”
“Tiro avanti.”
“Solite cose.”
“Campo.”
“Vivo.”

 

Discorsi fatti come per un copione misterioso, non certo per scambiarsi informazioni circa il reciproco stato di salute. Si salutavano gli individui tipici che tutti salutano ma che nessuno conosce - “Chi cazzo è quello lì?” - e ci si trasferiva in branco in altri locali dove si bevevano nuovi intrugli alcolici, si fumavano sigarette prese a scrocco e si ripetevano gli stessi riti di sempre.

Ma Alex quella sera era cupo, non aveva voglia di parlare. Faceva sempre così quando sua sorella Claudia entrava in crisi. Fortuna che, per quanto fossero frequenti, quelle crisi passavano in qualche settimana. In quel lasso di tempo però smetteva di divertirsi, come se divertirsi fosse uno sgarbo alla sorella che stava male.

Enrico in quelle occasioni si prendeva cura di lui come se ne sarebbe curato un fratello maggiore, lo passava a prendere da casa, cercava di farlo ridere, diceva un mare di cose senza senso e alla fine lo riportava dove lo aveva preso. Era un tipo particolare, un eccentrico, tuttavia una persona positiva. Un generoso.

“Ci facciamo una pizza?” Diceva.
“Pizza? Uhm.. no, non ho fame.”
“Pasta dolce?”
“Ti ho detto che non ho fame, Enrico...”
“Hamburger?”
“Sei scemo?”
“Hot dog?”
“Ok, sei scemo!”

 

Enrico Benelli aveva frequentato scienze politiche anche se di politica non capiva granché. Finito di studiare aveva fatto per qualche tempo il commesso in un negozio musicale ma da lì l’avevano cacciato perché masterizzava cd. Poi aveva lavorato all’autogrill: rovesciava di continuo cappuccini e quant’altro gli capitasse per le mani. Imbianchino per qualche mese. Calzolaio per tre giorni. Elettricista per due ore (per poco non rimaneva fulminato). Aveva avuto una vita lavorativa alquanto variopinta.

Negli ultimi tempi collaborava con una cooperativa sociale impegnata nel recupero di adolescenti allontanati dalle famiglie. Ragazzi con problemi comportamentali, cresciuti troppo in fretta, che rifiutavano ogni aiuto e tendevano abbastanza in fretta alla violenza. Sia fisica che verbale. Per fortuna di Enrico faceva attività marginali: guidava il pulmino quand’era ora di scuola, faceva commesse di varia natura, portava la biancheria a lavare e l’andava a riprendere. Svolgeva quel lavoro non tanto per la sua utilità sociale, lo faceva perché, come diceva senza vergogna, guadagnava abbastanza bene, la mensa era ottima, le colleghe carine e raccontare ciò che faceva aveva un buon ritorno quando si trattava di rimorchiare.

 

Carmen, bionda, gambe mozzafiato su un corpo spettacolare e un viso, ahimè, insignificante; lo fissava.
“Lavori per aiutare il prossimo?” Chiese con aria ammirata.
“Be’ per la verità non è solo un lavoro…” La faccia di Enrico assunse un’aria filosofica. “Più che altro per me è una missione.”
Poi continuò.
“Voglio dire… È qualcosa che hai dentro fin da piccolo e che a un certo punto viene a galla. Tante volte si rimane sorpresi da questa, diciamo così, vocazione... Voglio dire… Non lo può fare chiunque, devi esserci portato.”

Avesse avuto la corona di spine l’avrebbero scambiato per Gesù. Continuò. “Non hai idea di quanta soddisfazione ci sia nel curarsi degli altri… Voglio dire… Ti va di venire a cena una sera?”

 

La musica a palla rendeva pessima la comprensione. Si urlava sguaiatamente cercando di apparire normali, sforzandosi di capire una parola su cinque dei discorsi che gli altri facevano. Il barman, come una macchina infernale non smetteva un secondo di agitare shaker, lanciare bottiglie per aria e riempire bicchieri. Coca rum. Gin tonic. Caipiroska. Caipiriña. Mojito. Le banconote da dieci euro scivolavano fuori dalle tasche per rientrare in forma liquida dalle bocche. Il mondo appariva distorto.

 

Verso le tre e trequarti furono davanti a casa di Alex:  tentavano di congedarsi. Passati venti minuti a far mente locale sulle parole adatte, si dissero “ciao” e divisero le strade.

Nell’avvicinarsi al portone Alex ebbe la fortuna di incontrare la ragazza misteriosa che da più di un anno abitava sopra di lui, al settimo piano. Era molto carina. Interessante. Quasi enigmatica.

Camminava di fretta come se quel pezzo di strada che la divideva da casa fosse pericoloso, minato di insidie. Quando fu la volta di entrare in ascensore si sorrisero.

“Sera.” Disse lui.
“Buonasera.” Rispose lei.

Non era la prima volta che si incontravano in quella scatola metallica, eppure mai si erano scambiati più di una parola. La ragazza arrivava a orari assurdi, forse, aveva pensato Alex, lavorava in qualche locale, un pub o magari una pizzeria. E certo a quell’ora non aveva voglia di conversare con uno sconosciuto che le abitava di sotto.

“Finirà il burro una buona volta?” Pensò.
“Magari il sale…”
“Lo zucchero, cazzo!”

Immaginava di vedersela davanti alla porta di casa bisognosa di qualsiasi cosa. Caffè. Lievito di birra. Vino. Acqua. Farina. Amore…

“Entra, entra, accomodati…”

Sognava di farla sorridere con una battuta qualunque, in realtà in quei casi gli uscivano freddure che le ragazze non capivano. Dopodiché immaginava di parlarle del più e del meno, del condominio e di quel grandissimo bastardo dell’amministratore. Che fetente quel tizio! Poi tra una chiacchiera e l’altra la tensione sarebbe svanita e avrebbero passato il resto della notte a raccontarsi le vite. Bla bla bla.

“DING” fece l’ascensore.

Sesto piano, ora di scendere. La guardò e tentò di trovare un qualche appiglio per parlarle. Esitò fermandosi proprio in mezzo alla porta. Balbettò qualcosa di incomprensibile. Sbuffò. Aspettò un attimo infinito, poi disse: “Arrivederci”

“Arrivederci” Rispose lei.  


Bidimensionale.

“Ci vediamo all’entrata della mostra alle 19 e 30.”
Aveva scritto questo la ragazza, alcuni giorni prima di essere trovata senza vita.

Marco viaggiava in treno; dai grandi occhi scuri vedeva il paesaggio sfilargli lontano. Era diretto a Roma, alla mostra di Degas, una sua grande passione. Mentre viaggiava, dondolato dall’andare del mezzo, non poteva fare a meno di immaginare le vite dei viaggiatori vicini. “Chissà chi è quel tipo in grigio che dorme nel posto singolo?” Si chiese. “Che lavoro potrebbe fare.. il bancario, forse.” Probabilmente, pensò, era un tipico capo famiglia taciturno, di una famiglia medio borghese. Conduceva una vita anonima con aspettative non realizzate. Le figlie all’università, una delle quali in procinto di sposarsi e una moglie che parlava troppo.
Marco si guardò intorno studiando la gente; si stupiva di come fosse facile dedurne la personalità dai dettagli che portavano addosso.

Un uomo parlava inglese e leggeva Repubblica... Stava nel sedile di destra, separato da lui da mezzo metro di corridoio. Dopo un po’ si addormentò.
Che ci faceva in Italia? Motivi di lavoro forse… Non di turismo a giudicare dai bagagli. Era inglese davvero o parlava al telefono con qualcuno che lo era? Forse, pensò Marco, lavorava in Italia per una compagnia multinazionale. Uno di quei manager che passa tanto tempo in viaggio e non ricorda in quale nazione sia la casa.

Ma poi chi era quella donna con gambe che non finivano più?
Un piccolo campione di umanità, imprigionato in un vagone di treno, stava passando sotto la lente della sua osservazione.

“Caffè?”
“No, grazie.”

Era stato caffé dipendente per un pezzo, ora non lo era più. Era dipendente di mille altre cose, internet, la tecnologia in generale, la musica in MP3 e i DVD. Dalla sua camera, attraverso un moderno laptop, era costantemente on line, connesso. Stava male quando non lo era. Comunicava con uomini e donne usando il linguaggio di internet, “il gergo”. Tanti di questi amici virtuali li aveva visti con la web cam eppure quella bidimensionalità, dovuta al computer, aveva qualcosa di irreale. Con tutta probabilità se uno di loro fosse stato sul treno non l’avrebbe riconosciuto.
Il mondo che frequentava quando era connesso era popolato di persone vere, tuttavia dentro a quelle scatole multimediali sembravano popolare un universo parallelo: i nomi diventavano nick e le vite diventavano… Elettroniche.

Accese il portatile e mise vicino il cellulare.
Connessione in corso, attendere prego.
Dentro.

Fece un giro nei soliti posti, in stanze che sembravano vere e luoghi che gli ricordavano quando usciva con amici. Comunità di ogni genere e tipo.
Controllò con attenzione chi c’era e chi non c’era. E si sentì a casa.
Era pronto per comunicare, la mente era sgombra da ogni pensiero. Aprì il messenger.

“Ciao, sei entrato finalmente! Come va?”

Come andava? Tante passioni, idee, progetti irrealizzati e una certa difficoltà ad avere rapporti duraturi con la realtà circostante. Faceva lavori saltuari e non frequentava nessun amico in carne e ossa. Alle spalle aveva una famiglia spezzettata i cui frammenti erano schizzati lontano come quando un oggetto cade a terra. Rotture che ne avevano influenzato il modo di essere e che avevano cambiato la sua visione del mondo. Marco non era un sentimentale, viveva di un cinismo non scelto ma dovuto a circostanze cui la sua vita era stata teatro. Malinconico. Restio a svelarsi se non dietro a un misterioso pseudonimo. Preferiva la sicurezza di un monitor e di una web cam.

Arrivato a Roma fece un giro per la città. Mangiò un panino. Poi si avviò verso la mostra fermandosi dove poteva controllare l’ingresso senza essere notato. Riconobbe la ragazza senza difficoltà, se l’aspettava più bella ma questo non era importante.
La raggiunse e le strinse la mano con una certa insistenza, tenendo incollati gli occhi su quelli di lei. 
“Sei una meraviglia.” Disse.
“Grazie… Come ti chiami?” Chiese lei.

In chat non rivelava mai il nome di battesimo e cercava di lasciare dietro di sè tracce vacue o contraddittorie che mai avrebbero condotto a lui. Cambiava discorso quando la conversazione si faceva personale poi con notevole abilità portava l’attenzione sulla sua interlocutrice. 
Ma dietro alle parole non c’era nessun tipo di interesse da parte sua. Si ricordava delle ragazze con cui aveva chattato utilizzando un archivio curato con la maniacalità tipica di un patito informatico. Un database molto dettagliato di nomi, di caratteristiche fisiche, caratteriali e di informazioni personali. 

“Che lavoro hai detto che fai?” Chiese la ragazza.
Lavoro… Assumeva ogni volta un’identità differente, una volta un tecnico informatico, un’altra un grafico pubblicitario, poi uno studente di economia. Sceglieva i dettagli con una perizia che non poteva destare sospetti, era un perfezionista dei particolari. Inventava fratelli mai avuti. Amori da poco finiti. Avventure mai vissute.

“Le vedi quelle ballerine?” Disse Marco.
“Sì”
“Guardale”
“Le sto guardando... Sono molto belle”
“Non sono affatto belle”
“Perché no?”
“La cosa che affascina non è la bellezza in senso assoluto, ma la sua rappresentazione attraverso l’espressività dei corpi” 
La ragazza fissava il quadro affascinata dal tono sicuro con cui Marco aveva descritto il dipinto.
Lui continuò modulando la voce in modo che fossero penetranti e allo stesso tempo rassicuranti. “Le vedi come sono imperfette? Vedi come sono goffe, come sono imbarazzanti nella loro… Umanità”
“Credi?”
“Sembrano voler uscire dalla tela per prendere le mani e trascinare la tua esistenza dentro i confini del loro mondo”
“E’ vero…”
“Ho visto cento volte questo quadro ma ogni volta che lo guardo mi sembra diverso. È come se la scena fosse in movimento, come se quella ballerina fosse stata più in là. Capisci? Questi quadri trasmettono una specie di… Di magia... Stai lì e li guardi come in attesa, come se… Come se fosse plausibile possa succedere qualcosa”
Lei gli prese la mano. 
“Mi piace stare con te” gli disse.

La sera del giorno seguente, durante il viaggio di ritorno, tornò a essere Marco. Mise per iscritto i dettagli di quell’incontro. L’abbigliamento della ragazza, i modi di fare, il taglio di capelli e il colore della biancheria.
Poi cancellò ogni traccia di sé dal sito dove l’aveva conosciuta.
Il ragazzo che aveva parlato di Monet era ufficialmente sparito, come qualcuno mai esistito.

“In Internet quando premi il tasto canc cancelli una vita” pensò.

Scrivi il tuo nick per entrare in chat.
Rumore di tasti pigiati.

Dolce78.
Enter.


Sempre così.

Sempre così.
A volte il tempismo della sorella era davvero imbarazzante.
“Ciao Alex, sono io”
“Cla, senti mi hai beccato in un momento delicato. Mi puoi chiamare più tardi?”
“Non dirmi che non hai ancora capito la macchinetta per il cappuccino! Sono 6 mesi che ce l’hai”
“Non è il cappuccino... E poi vorrei sottolineare che ci ho messo solo tre settimane per farla funzionare”
“Per fortuna che c’erano le istruzioni con figure, altrimenti...”
“Senti, devo proprio andare, ci sentiamo...”
“Noooo, per favore, ho bisogno di un favore… Ti prego”
“Del tipo?”
“Devi… Devi chiamare Bruno e dirgli che tra noi è finita”

Bruno Brunetti era il fidanzato di Claudia. O meglio, lei lo definiva tale. Lui invece non ne voleva sapere. Fidanzato? Marito? Ogni volta che sentiva quelle parole, misteriose vocine dentro la testa gli gridavano di scappare più veloce possibile. Il fatto che fumasse regolarmente erbe arrotolate in strati leggeri di carta era irrilevante...

“Scusa? .Tra me e Bruno non c’è mai stato niente. Ricordi? Mi piacciono le donne”
“Cretino. Devi dirgli che tra me e lui è finita”
“Perché devo essere io a dirglielo, non puoi farlo tu?”
“No”
“Perché no? Cosa è successo questa volta?

Stavano insieme da 5 anni e il matrimonio, sebbene auspicato dalle loro famiglie, era una cosa improbabile. Litigavano con frequenza mensile, si lasciavano e si riprendevano.
E sempre per motivi che sfioravano l’assurdo.

“Mi ha tradito con un’altra, quel bastardo!”
“Ma chi Bruno?”
“Di chi stiamo parlando secondo te? A me piacciono gli uomini e tu non scopi da almeno un anno, mi sembra ovvio che parliamo di Bruno!”
“Grazie per l’appunto, ma stavamo parlando di te e Bruno”
“Non esiste più me e Bruno. Ora siamo due entità separate senza alcuna relazione”
“Senti, non per difenderlo, ma sei sicura che ti abbia tradita? Voglio dire l’hai visto, te l’hanno raccontato, o cosa?”
“L’ho visto”
“Quando? Dove?”
“Poco fa. Sono andata al suo ufficio per fargli una sorpresa e non l’ho trovato. Sono tornata in reception e mi hanno detto che era impegnato in riunione con la sua collega”
“E...”
“E cosa? Mi sembra ovvio, no? “
“Non direi...”
“Ufficio deserto, nessuno che vede. Loro chiusi in una stanza... A fare sesso!”
“Sei andata ad origliare alla porta?”
“Ma sei scemo? Certo che no!”
“Aspetta un attimo. Devo dire a Bruno che tra voi è finita, perchè era in riunione con una collega?”
“Voi uomini! Riuscite sempre a distorcere la realtà mettendo l’ordine delle parole come fa comodo a voi. Patetico!”
“Ah davvero, piccolo genio? Allora, dimmi un po’ cosa ho dimenticato?”
“La parte in cui fanno sesso”
“Ma come fai a esserne sicura se nemmeno li hai visti?”
“Perchè ho visto quel film con Michael Douglas e Demi Moore e so come funzionano certe cose...”
“Ah si, Rivelazioni...”
“Ovvio, se non ci fossi io, tu non ci arriveresti mai...”
“No, Rivelazioni è il titolo del film… Di cosa parlava?”
“È quello in cui lei lo seduce e poi lo denuncia per molestie sessuali”
“Ah sì! Ah, già… Sì... Mmhhmm...”
Di colpo le scene in cui la Moore era più nuda che vestita apparvero ad Alex come un flash.
“Cosa sono ‘sti versi?”
“Niente... Dico… Concetto interessante. E comunque, il fatto che Bruno e la collega si siano trovati da soli non significa che abbiano fatto sesso e, soprattutto, non significa che lui verrà denunciato per molestie”
“E chi se ne frega se verrà denunciato? Anzi gli starebbe bene.”
“Ma se fino a ieri era l’amore della tua vita! La tua motivazione mi sembra campata in aria, non ti pare?”
“Lo sapevo, non dovevo chiamarti…”
“Questa è la prima affermazione intelligente che fai in dieci minuti. Lo sai?”
“Mi sembra ovvio che tra voi uomini vi vogliate difendere... Aspetta un attimo... Non ti ha chiamato per reggergli il gioco, vero?”
“Un momento... Sì... Sento gli schricchiolii delle tue unghie sul vetro… Ma ti sembra che farei una cosa simile?!?”
“Forse no. Ma non si sa mai...”
“Ok, senti. Mi sembra ovvio: ti sei autoconvinta che Bruno ti sta tradendo, ma mi rifiuto di chiamarlo per dirglielo. Se vuoi la mia opinione, prima devi essere certa di quello che dici”
“Quindi qual’è il tuo piano?”
“Quale piano?”
“Il piano per smascherarlo, per dimostrare che ho ragione”
“Ah, quel piano... Be’ lo chiami e glielo chiedi... No aspetta, è troppo ovvio”
“Direi!”
“Pedinarlo?”
“Ho un lavoro, mica posso passare il tempo a seguire lui. Magari poi si vedono solo in ufficio…”

Una cosa era stare ad ascoltare le menate della sorella, un’altra era farle da spalla e finire internati nella stessa struttura psichiatrica. Così Alex ebbe l’intuizione.

“Ma certo! Lei!”
“Lei? Lei chi?”
“La collega, no?”
“Riesci a formulare una frase di senso compiuto o devo comprare una vocale?”
“Ho avuto un’illuminazione”
“O mio...”
“Ascolta. Dobbiamo conoscere lei per arrivare a lui. Ovvio no? Per esempio, posso incontrarla quando esce dall’ufficio fingendo sia un caso… La porto a bere, la corteggio e capisco se è impegnata o meno”

Che poi, nel caso non lo fosse stata, sarebbe stata un’ottima situazione per Alex che non stava attraversando un periodo intenso con l’altro sesso.
Un piano perfetto… Poteva passare per il fratello disponibile agli occhi di Claudia e d’altra parte, a meno di colpi di sfiga, poteva ritrovarsi al fianco di una signorina graziosa. Bisognosa di divertimento.

“Tu? Se persino la cugina racchia di Bruno ti trova repellente.”
“Seee… Me la sono trascinata appresso tutto il giorno… E voi in quella baita a spassarvela… Ovvio che alla fine abbia perso il controllo!”
“Già, ma darle dell’ameba in putrefazione è stato troppo, non ti pare?”
“Forse… Ma torniamo a noi...”
“No, non ci torniamo. Tu non saresti in grado di agganciarla, ti conosco. Perché… Perchè non lo chiedi a Enrico?”
“Enrico? Ogni volta che si parla di donne salta fuori il suo nome. Motivo?”
“Perchè lui ci sa fare... Mica come te.”

Alex ammutolì.
Aveva ben poco da ribattere.

007

Come poteva farsi trattare in quel modo dalla sorella? Poteva forse chiedere a Enrico di sedurre la collega di Bruno? Poteva perdere la faccia in questo modo?
No. Doveva agire e in fretta.

Punto primo: un abbigliamento che renda irriconoscibili.
Alex diede fondo agli indumenti di un tempo. Quelli più impensabili, i cimeli a cui non aveva rinunciato. Adatti allo scopo trovò un vecchio impermeabile da 007 in pensione, dei vecchi Rayban con le lenti verdi rettangolari, un maglione collo alto stile militare in congedo e stivalazzi da Clint Eastwood nel Buono brutto e cattivo.
Punto secondo: camuffare i propri tratti somatici.
Ma come? Con lucido da scarpe dei tempi della leva si disegnò un grandioso monosopraccilio tipo Bergomi ai mondiali dell’82. Poi si fece la barba lasciando basette modello Easy rider.
Non era granché ma poteva bastare.
Punto terzo: l’attrezzatura.
Fotocamera digitale con zoom 4x. Registratore tascabile modello giornalista. E binocolo comprato allo stadio quando ci andava col padre. Impeccabile.
Punto quarto: attitudine. Agile, scattante e silenzioso. Trasparente.
“Cazzo…” Pensò.
Tolse, suo malgrado, stivali e impermeabile per scarpe da ginnastica e bomber da aviatore. Meno scenici ma molto più comodi. 
“Perfetto, ci siamo.” Si disse.

Il piano: Alex doveva stare addosso alla collega del Bruno. Doveva sapere chi era, cosa faceva, chi frequentava. Doveva raccogliere tutte quelle informazioni necessarie per andare a botta sicura. Per agganciarla, per sedurla, per non sbagliare il primo approccio, il più importante. Doveva capire che genere di donna fosse la preda e assumere con tecnica camaleontica le sembianze dell’uomo ideale. Certo che se andava con Bruno…

Azione: scese in strada con aria guardinga. Come quella di chi si sente invincibile. Invulnerabile. Meglio di Superman. Più astuto di Batman. Più scaltro di Fantomas. E più sexy di Dylan Dog. Chi poteva fermarlo?

“Favorisca i documenti”
“Scusi?”
“Favorisca i documenti, prego”
“Documenti? Ma… Io… Non ho fatto niente”

Alla centrale dovette spiegare la sua estraneità allo spacciatore che batteva la zona. E di non essere il maniaco che aggrediva le vecchie del quartiere. Non convinti, i caramba lo schedarono.

Pagina 56 del Manuale del Perfetto Detective: non demordere alle prime difficoltà. Tenacia. Costanza. Le qualità di un grande detective sono soprattutto queste.
“Grande detective…” Ripeteva sconsolato.
“Tenacia… Costanza… Mavaffanculo!”

Al giovedì rimase nascosto dietro una monovolume gigantesca per quasi mezz’ora. Acquattato a ridosso dell’automobile scrutava la sede di lavoro del ragazzo di Claudia attraverso il fido binocolo. Aspettava per mettere in pratica la sezione 6 del manuale: il pedinamento. Nel frattempo scattò alcune foto che dovevano servire per... A cosa potevano servire? Nemmeno lui lo sapeva, tuttavia fotografare la scena dell’azione era ritenuto fondamentale in quel capitolo di libro. La parola fondamentale era in grassetto e sottolineata.
A tre minuti dall’orario fatidico fu afferrato da mani grandissime di un uomo, in tuta da lavoro, dall’aspetto non amichevole. Prima lo sbatacchiò disegnando zigzag nell’aria con il suo corpo. Poi iniziò a trascinarlo a forza lungo la strada.
“Hei hei hei”
Hei hei hei non è la cosa giusta da dire a un tizio che ti sta mettendo le mani addosso se hai usato la sua macchina come divano. Hei hei hei, quella volta, infatti, non funzionò.

Alla centrale quel giorno dovette spiegare il motivo di quell’appostamento sospetto dopodiché fu accompagnato a casa con una volante. Il sopralluogo che fecero i carabinieri nel suo appartamento, come dissero loro, fu del tutto informale. Quasi amichevole.

Alla quarta uscita finì in un locale metal punk dove uscì mezzo sordo e completamente ubriaco. Perse la sua vittima dopo essere entrato.

Al club “Tai cin qualcosa” non lo fecero entrare. Dopo un’ora era a casa a dormire.

Tuttavia il Manuale del Perfetto Detective aveva avuto ragione. La tenacia, la costanza, la testardaggine che mise in quell’impresa, in apparenza senza speranze, portò Alex a carpire dettagli fondamentali della ragazza. L’aspetto fisico, il modo di vestire, i locali che frequentava la sera. Il supermercato dove faceva la spesa. 
L’aspirante Derrik annotava ogni particolare parlando come una spia al piccolo registratore. Quale tipo di biscotti mangiava. La marca d’acqua che beveva. Quali strade percorreva. Chi vedeva. Cosa leggeva.
In meno di dieci giorni di inseguimenti si innamorò perdutamente della preda. Questo era decisamente sconsigliato dal sopracitato Manuale del Perfetto Detective. Mai farsi coinvolgere sentimentalmente, diceva.

Pericoloso

“Mmmhh… Vediamo... Cosa mi metto oggi?” 
Ogni mattina sempre la stessa domanda: “cosa mettersi”, ripetuta all’infinito... Cosa mettersi cosa mettersi cosa mettersi cosa mettersi cosa mettersi cosa mettersi cosa mettersi cosa mettersi cosa mettersi…
Marta andava dal bagno alla camera e viceversa, quella domanda continuava a riproporsi nella sua testa.
“Mmmmhhh...”
Scelse dei pantaloni grigi e un dolcevita nero, a quel punto la madre si affacciò alla porta.
“Non siamo di buon umore oggi...” Disse.
“Diciamo che preferirei tornare a letto”
“Stanca? Sarà mica stata la telefonata di questa notte?”
Marta ricordò lo squillo che aveva rotto il silenzio. Erano più o meno le due… Credeva non si fosse svegliato nessuno, evidentemente sbagliava. 
“I tuoi amici non dormono di notte? Non è mica buona educazione chiamare a quell’ora.” Disse la donna mentre si allontanava.
“Che casino” pensò lei.
Ma perché quel fuori di testa aveva chiamato? Come aveva fatto ad avere il numero di casa? Era normale chiamare a quell’ora di notte? Marta aveva in testa mille domande ma poche risposte.
Si erano scambiati il numero di cellulare al primo incontro. Quella sera però non era andata secondo le aspettative, né quelle di lei né tantomeno quelle di lui. E quando si erano salutati l’avevano fatto con una specie di addio a metà tra il rammarico per l’occasione perduta e il sollievo. 
Ma poi nei giorni seguenti lui si era intestardito che dovevano rivedersi, diceva che le doveva delle scuse, che doveva portarla in un locale bellissimo, diceva che sentiva influssi positivi. E la caccia era cominciata.
In chat la tormentava. Le riempiva la casella di posta con email asfissianti. Dopodichè aveva iniziato a mandarle sms a raffica e a chiamarla ogni ora del giorno. La martellava così tanto che alla fine Marta aveva smesso di usare il cellulare.
“Non è possibile…”
Si era fatta prestare la scheda dalla madre, ne avrebbe acquistata una nuova quanto prima. Ma quella notte era stato il telefono di casa a squillare.
“Bastardo. Cosa vuoi?” Pensò mentre indossava il dolcevita.

L’aveva chiamata durante un sogno che nemmeno ricordava.
DRINN DRINN
DRINN DRINN
Quella era una notte come tante, buia e silenziosa. Il telefono continuò a squillare finché la mano di Marta sollevò la cornetta.
DRINN DRINN
“Uhm… Pronto…”
Nessuna risposta.
“Pronto? Chi parla?”
Silenzio.
“PRONTO?”
“Ciao. Sono io”
“Chi? C-Chi parla… Io chi??”
“Dolce78”
“Ma tu… Tu sei fuori…” Aveva detto lei.

Avevano parlato quasi venti minuti. Dolce78 diceva cose senza senso, frasi sconnesse come sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Parlava con voce a metà tra il robotico, ripetendo più volte le stesse parole, e il tossico che perde il filo del discorso. Alternava toni confidenziali a toni autocelebrativi, come si sentisse un essere superiore. Parlava come se nessuno ascoltasse.
“Io sono perfetto… Perfetto per te.”
Diceva cose senza senso ma appena Marta cercava di troncare la conversazione tornava improvvisamente in sé e ricuciva.
“Sei bellissima”
In quei minuti Marta aveva iniziato ad avere paura. Lo aveva fatto parlare, aveva cercato di sembrare carina, accondiscendente. Gli aveva chiesto del lavoro, della famiglia, del posto in cui abitava. Tuttavia lui era rimasto sul vago. Aveva detto che la sua era una famiglia come tante, che odiava le discoteche, che viveva da solo, che lavorava part time. Niente che potesse aiutare Marta a capire davvero quanto fosse pericoloso. 
“Come hai detto che ti chiami?”
“Dolce78”
“Sì… Ma il tuo vero nome?”
“Te l’ho detto. È quello il mio nome”
“Dai... Dico davvero, mi piacerebbe saperlo.”
“Dolce78”

Niente. Trincerato dietro a quello pseudonimo svelava a Marta una personalità complessa dai meccanismi illogici. La voleva conoscere meglio, voleva assolutamente rivederla eppure non rivelava niente di sé, neppure il nome di battesimo. Diceva cose così generiche che potevano essere l’identikit dell’80 percento della popolazione. Vago. Impersonale. Ambiguo e poco comprensibile. Non certo rassicurante.

“Ciao ‘Ma” Disse Marta uscendo di casa.
Il biglietto che trovò sul parabrezza dell’auto recitava:
“Buongiorno bellezza. Dolce78”
Marta disse tra sé solo due parole. Se le ripetè per tutto il tragitto da casa al lavoro a ciclo continuo. Le due parole in questione erano “Oh” la prima e “cazzo” la seconda.
“Oh cazzo!”

Più tardi Marta stava mettendo dati nel computer quando arrivò il fattorino con la pila di posta. 
“Ciao Pasquale, come va?”
“Che faccia ragazzi! Ma che hai fatto stanotte Martina?”
Marta lo guardò con aria feroce.
“Ma che avete tutti quanti oggi eh? Che faccia ho, ho la mia faccia, va bene?!”
Andava bene. Il buon Pasquale guadagnò l’uscita senza indugio.
Lei scartabellò tra la posta del suo ufficio. Pubblicità-spazzatura a valanghe. Lettere di banche. Depliants. Ancora banche. Le nuove proposte di una catena internazionale di hardware. E alla fine una lettera indirizzata a Marta in persona. La aprì.
Recitava: “Buon lavoro…”
La firma in calce: “Dolce78.”

Evidentemente aveva sottovalutato qualcosa. Si attaccò al telefono.

“Sara, abbiamo un problema”
“Oh Marta, ciao. Che è successo? Ma dove sei, in una caverna?” 
“Shhh.. Ti sto chiamando dal bagno dell’ufficio”
“Non ti senti bene?”
“Sì, cioè no.... Cioè... Non sono io... Ho combinato un casino con il tipo di internet”
“Quello della chat? Non l’avrai mica invitato a casa?”
“Ma cosa dici, cretina! Manco so come si chiama...”
“E allora, cosa è successo?”
“Mi ha chiamato a casa stanotte. Stamattina ho trovato un suo biglietto nella macchina e pochi minuti fa una lettera nella posta dell’ufficio... Cosa faccio Sara???”
“Madonna mia Marta… Tu ci provi gusto a complicarti l’esistenza! Questo è fuori di testa… Devi chiamare la polizia”
“Piccolo genio... E cosa gli dico: buongiorno, un ragazzo che ho conosciuto in chat che non so come si chiama mi sta molestando via telefono e lettera. Ve ne occupate voi? Secondo te possono non ridermi in faccia?”
“Marta… Mamma mia… Tu devi venire subito via da lì”
“E dove vado?”
“Scappa!”
“Scappa?”
“Ok no, ma lui… lui ti sta controllando… Magari ti aspetta quando esci… Vengo a prenderti subito”
“Se fai così mi metto a urlare…”
“Marti, fammi riflettere…”
“Dio Sara…Ho un’altra telefonata sotto....o cavolo è ancora lui! Che faccio?”

Sara a quel punto pensò che urlare fosse una buona idea. Urlò.

 

 

[continua]

 

 

 

 

 

 

Cosa farà Alex nei prossimi giorni? E la sorella, perché ha avuto una nuova crisi? Che problemi ha? Ci sarà una relazione con quella volta che andò in Olanda tre mesi?

E la bellissima ragazza che abita al piano di sopra di Alex, chi è? Lavora davvero in una pizzeria o rientra a notte inoltrata per altri motivi?

E poi.. Cosa combineranno queste due sciroccate di Marta e Sara? 

 

 

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Presto sarà pronto il seguito.

Ne vedremo delle belle...

 

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