
Pensieri
alla deriva - Gennaio
Ma lasciatemi stare... Basta polemiche.. Non se ne può più... Questo che dice quello e quell'altro, siccome è dell'opposto schieramento, che dice l'esatto contrario. Poi arriva un altro e dice un'altra cosa, ma dopo due secondi ne arriva un quarto e lo contraddice. Poi un quinto che dice bianco e un sesto nero. Uno dice pari, l'altro dispari. Bla bla bla e l'altro bla bla bla ancora più forte, quasi gridando. Non capisci niente, dice. Non capisci niente tu, risponde. Ah ah ah. Si sfottono... Polemiche in quantità industriali. Nessuno che si trovi d'accordo. Nessuno che lo sia a prescindere dalla propria appartenenza a questo o quest'altro schieramento. Hei buffone, lascia perdere. Ma tu chi sei, pagliaccio, non ti immischiare. Io sono il più bello, pappappero. Non è vero io ho più voti quindi il più bello sono io. Bla bla bla. Sondaggi. Statistiche. Indici di gradimento. Non è vero, grida quello. E' verissimo, grida quell'altro. Sei scemo. Non è vero, sei tu che sei di parte. Tu sei idiota. Non è vero, sei tu che sei non di parte. Bla bla bla e bla bla bla e bla bla bla...
Che palle questa politica, questi politici. Che palle questa polemica. Già che il tempo è così poco (ed in quel poco tempo sono piuttosto stanco) e dovrei impiegarlo a dar retta a tutto questo cianciare? Devo far finta di crederci? Ahahahah... Ma fatemi il piacere...
I pensieri alla deriva di Gennaio, i primi del 2002, iniziano in questo modo, forse perché la giornata lavorativa è da poco terminata, o forse perchè fuori è freddo, o forse perchè gennaio è un mese noioso, o forse perché non lo so nemmeno io. Smog che paralizza il traffico. Neve che cade dove non deve e non cade dove deve. Pioggia che non arriva. Freddo che non la smette di darci dentro alla stragrande.
Noia.
Ruotine.
Gente che va.
Gente che viene.
Uno che grida.
Un'altro che fa finta di non sentire.
L'orologio scandisce il tempo di un'altra ora, un'ora passata in una full immersion di pensieri, che riguardano la vita e il nostro tempo che se scappa lontano.
Bastardo, aspetta un secondo!
Ma il tempo imperterrito se ne va.
I pensieri alla deriva di Gennaio si svolgono abbastanza svogliati e scomposti, influenzati da questo inverno glaciale, mentre il TosaWeb è sempre più frequentato da loschi figuri. Visitatori di passaggio, che passando difficilmente lasciano traccia della loro visita (chissà perché?). Ogni tanto mi chiedo: chissà chi sono i circa 400 di questo mese? Amici? Forestieri? Ragazzi annoiati che non sanno che fare? Teste pensanti? Pazzi e maniaci? Deviati? Uomini tristi? Felici? E quali saranno i loro pensieri? mi chiedo. Provo ad immaginarli ma non riesco a farlo.
Assorto in questo dilemma continuo a scrivere, nonostante queste domande non trovino risposta.
E la comunicazione dove cavolo è finita, in questa così perfetta società occidentale? Nessuno che parla più. Nessuno che cerca di farsi conoscere. Tutti zitti ad aspettare che
qualcuno bussi alla loro porta.
In attesa.
Di un'altra giornata.
Aspettando che passi.
E che ne arrivi un'altra.
Cazzo.
Ci bombardiamo di sms incomprensibili, a distanza di chilometri e chilometri. Ci parliamo al telefono nonostante le nostre case siano lontane appena 100 metri. Ci scambiamo e-mail con i soliti allegati
deficienti oppure quelle con i test psicologici assurdi o quelle con le catene di
S. Antonio piene di luoghi comuni buonisti, il tutto nonostante non ci siamo mai visti. E quando incontriamo qualcuno, abbassiamo lo sguardo. Facciamo finta di non conoscerci. Di non esserci mai visti prima.
Gennaio bastardo.
Di un altro anno che inizia, prendendo per il culo il vecchio collega che è appena andato in pensione.
Tanti ricordi, alcuni belli e alcuni meno, di un anno che se n'è andato.
Tuttavia la notte è buia e nera e ti fa pensare e ti fa pensare. E ti fa pensare.
Così tutti i pensieri si disperdono nell'atmosfera e finiscono chissà dove, in un posto dove vengono archiviati a seconda della loro provenienza. Catalogati in una sorta di biblioteca dei pensieri, un paradiso dei pensieri, un cimitero dei pensieri. Inservibili. Inutilizzabili. Praticamente incomprensibili. Per cui noi non siamo che uomini che producono grandissime quantità di pensieri che non servono a null'altro che tenerci impegnati qualche decina di minuti. Minuti altrimenti vuoti.
Dopodiché ci si infila sotto una spessa coperta e si dorme sognando di fare un sacco di cose che in realtà non facciamo. Poi suona la sveglia. Drrringg. E via di corsa a lavorare. A produrre. Perché in fondo abbiamo un grande bisogno di consumare o almeno è questo che ci hanno insegnato a credere. E finita la
produzione ci tuffiamo nella consumazione. Un'altra manciata di pensieri a puttane e via di nuovo a dormire. Liberi di produrre e di consumare. Liberi di fare i pensieri che ci dicono di fare.
We don't need no education / We don't need no thought control / No dark sarcasm in the classroom / Hey, Teacher, leave those kids alone! / All in all, it's just another brick in the wall
Fortuna che c'è il vecchio Vinicio - che suona come indemoniato, canta come impazzito e si muove come tarantolato - a farci sentire di nuovo in pace col mondo. Sulle note finali del concerto ci si sente stremati ma felici. Sollevati di un peso che gravava sulle nostre teste. Le trombe e i tamburi, che ancora suonano nelle nostre orecchie, ci distolgono da tutto. Gli applausi e le urla accaldate ci fanno sentire un tutt'uno con gli altri sconosciuti. I fischi da stadio e i "Dio bono non sarà mica finito?" ci fanno capire come ci siano tanti altri come noi. Tanti che come noi resistono ai cazzotti della vita, una vita che è come un pugile gigantesco, a cui i nostri pugni - ridicoli - fanno il solletico. Noi che non stiamo fermi un attimo. Saltelliamo come molle. Sgusciamo a destra e poi a sinistra. Una finta di qua e una strizzata d'occhio a colui che non aspetta altro che il nostro kappaò (vai a farti fottere amico, dovrai aspettare ancora un pezzo!). Noi che non capiamo, ci ostiniamo a farlo e non capiamo ancora. Noi a cui la vita vuole fare un culo così perchè, sotto i suoi duri colpi, nemmeno mettiamo via quel ghigno sbarazzino da presa per il culo, un ghigno che da sempre ci caratterizza. Noi che all'angolo ci pariamo i colpi alla meglio, sperando che la campana sancisca la fine del round. Gancio destro. Gancio sinistro. Roba da mettere al tappeto chiunque ma non noi. La vita picchia duro e se ne sbatte se il nostro labbro è gonfio e scende sangue dal nostro naso. Colpisce pesante. Cattiva e spietata dall'alto della sua stazza e protetta da una massa muscolare quasi incredibile. Imperterrita nonostante le nostre gambe - smilze - diano segni di cedimento e le nostre braccia - secche - non siano che un piccolo intralcio tra i suoi cazzotti e la nostra faccia. E mentre lei non ferma quel mulinellare di pugni, il pubblico urla e ride, dice "buttalo giù quel rammollito" ed aspetta solo la nostra dipartita. La nostra fine. La nostra ingloriosa sconfitta. E mentre l'arbitro non sa se deve fermare l'incontro per manifesta inferiorità, e il cronista urla come un ossesso che il match sta per finire e che sicuramente ci sarà presto il kappaò, noi invece resistiamo indomiti. Nel nostro gioco di gambe. Nel nostro un attimo sono qui e un attimo sono là. Nel nostro esserci ma non esserci. Nel nostro essere imprendibili e troppo veloci. Così più passano i minuti e più noi, i duri a mollare, acquistiamo consapevolezza che la vita, per quanto grossa e spietata, non ci caccerà a terra. Non ci prenderà.
Non.
Ci.
Prenderà.
Mai.
E visto dall'alto, da una ripresa di una telecamera posizionata al centro del ring, dal soffitto verso il basso, quell'incontro sembra diventato una specie di danza frenetica, quasi comica. Il gigante è sì potente e ha la dinamite nel braccio, eppure il mingherlino, che non ci avresti scommesso due soldi, lo sta sfiancando a forza di ballargli intorno. A forza di muovere piedi talmente veloci che nemmeno si riescono a vedere. Tanto imprendibile che alla fine la gente si stanca, perde fiducia di vederlo stramazzare al tappeto e se ne va sconsolata,
scuotendo la testa e sbuffando. Soldi del biglietto buttati alle ortiche...

Il pugile sentimentale
Un pugno, ancora un pugno
e un altro sullo slancio
ed ecco, Blek Macigno
mi centra con un gancio
all'angolo mi spinge,
a stento me la squaglio,
un appercut mi stende,
(sì ieri stavo meglio).
E Blek Macigno pensa,
fracassandomi una spalla
che la vita è proprio bella,
sì, l'è proprio una beltà.
Al sette ancora striscio,
con le mie cugine in pianto,
mi alzo, tengo e sguscio,
guadagno qualche punto,
non è che io lo faccia
perchè ho in testa qualche piano,
ma non so dar pugni in faccia
da quando ero bambino.
E Blek Macigno pensa
(e mi frantuma la mascella)
che la vita è proprio bella,
sì l'è proprio una beltà.
Si fischia giù in tribuna:
dagliene perché è un vigliacco
nel corpo a corpo mena,
alle corde mi rannicchio,
avanza, è un grossolano
siberiano e assai ostinato
gli dico: vacci piano,
sei stanco, tira il fiato.
Ma lui non sta a sentirmi,
ed ansimando si scervella
che la vita è proprio bella,
sì l'è proprio una beltà.
Mi scassa e se la spassa
con la mia incapacità
la boxe non è una rissa,
ma è sport e bla bla bla...
Colpisce, è un uragano,
si accascia poi stremato
e mi alzano la mano
che non ha mai picchiato.
La vita è proprio okay
lui dice, pensa un po'
sarà okappa per qualcuno,
per altri è kappaò.
[Testo originale di Vladimir Vytsotskij
Adattamento di Sergio Secondiano Sacchi
Tratto da "Live in Volvo" di Vinicio Capossela]
E se ci cacciano a terra, statene tranquilli, ci alzeremo. Se lo fanno di nuovo, noi di nuovo ci rialzeremo.
Ma che cazzo ce ne frega.
Che cazzo ce ne frega.
Che cazzo me ne frega.
Saluti non allineati.
Scomposti.
Assolutamente non eleganti.
Privi di stile, forse.
Saluti grezzi come le voci alte dei bar.
Come le corse in bicicletta con biciclette scassate.
Come i calci dei calciatori del Sabato pomeriggio, che non si allenano da anni.
Saluti come i balli sgraziati da discoteca.
Come i concerti di chi suona per diletto e non ha talento.
Come le canzoni stonate sotto la doccia.
Saluti come le risate sguaiate nel silenzio del cinema.
Come le imprecazioni (madonne secche) per un tredici fallito.
Come quei film costati due lire.
Saluti, appunto.
Congedandomi da voi tutti, vi auguro un buon proseguimento di vita.
Schivate i colpi, mi raccomando!
Max

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"Il favoloso mondo di Amélie", un film assolutamente imperdibile.