Primo ed Adele, genitori in mutande.

 

 


I miei vecchi avevano sempre lavorato alla catena di montaggio di una fabbrica di infissi delle nostre parti. Uno di fronte all’altro, negli stessi posti da tutto quel tempo. Un nuovo ramo e un ampliamento della struttura aziendale li aveva spostati ora più in qua - sì, qui - ora più il là - no, no, qua! - ora avvicinandosi e ora allontanandosi tuttavia erano pressappoco ancora nelle stesse posizioni.

 

 

Uno da una parte, mio babbo, ad avvitare una vite autofilettante in una maniglia di alluminio pressofuso - il famoso manico Euro - dapprima a mano, in seguito con cacciavite dotato di selezione di movimento ed infine con macchinetta automatica perennemente inceppata. Ed uno dall’altra, la mamma, a spargere il grasso lubrificante sugli ingranaggi del blocco maniglia finito - inizialmente olio di dubbia provenienza, poi grasso animale infine lubrificante ecologico sintetico ottenuto da processo chimico di smaltimento dei rifiuti (puzzava di merda ma era molto eco-compatibile).

 

 

Babbo prendeva un blocchetto cremonese, lo piazzava sopra alla maniglia e schiacciava il pulsante facendo avvitare vite e perno dentato alla maniglia in rapida successione.

Hop - incastra - spingi - guardati intorno - hop - incastra - spingi - guardati intorno - hop - incastra - spingi - chissà cosa si mangia stasera - hop - spingi - cazzo ho avvitato la maniglia senza la cremonese - hop - butta tutto nel bidone - incastra - spingi - ciao Carlina! - incastra - spingi - son finite le viti, chiama il capoturno...

 

Mentre lei, la mamma, prendeva ritmicamente l’aggeggio montato dal nastro trasportatore e lo confezionava in altrettanto rapida successione.

Zac - pennellata - metti dentro e riponi - zac - pennellata - metti dentro e riponi - zac - cosa farò stasera da mangiare? - pennellata nella mano - riponi - zac - pennellata nella chiave a brugola - metti dentro e riponi - è passato quel manzo del Sandro - pennellata - pennellata - pennellata - ferma il nastro e pulisci che hai fatto un casino.


Spesso la sera erano completamente assorbiti dalla vita famigliare e difficilmente si parlava di lavoro ciò malgrado sembrava facessero mosse ritmiche quasi maniacali che avevano strane attinenze con la loro occupazione.

Ogni tanto guardavo la mamma spennellare l’arrosto - o altra carne - fetta per fetta, con olio d’oliva in maniera strana. Prendeva la fetta, dava una pennellata e la riponeva nel piatto con qualche contorno, in più quando mangiava sembrava portare la forchetta alla bocca con un preciso rituale dettato da un'altrettanto precisa ritmica.

Zac - pezzo di carne - masticare - pane - zac - pezzo di carne - masticare - bere - zac...

 

 

Nel frattempo mio babbo, altrettanto ritmicamente, prendeva il telecomando - il primissimo esemplare in commercio: venti-centimetri-cubici di ingombro per quattro-chili-e-mezzo di peso - dalla posizione A lo appoggiava nella posizione B - esattamente quindici centimetri più a destra - schiacciava il pulsante del canale e lo rimetteva in posizione A. Cambiava programma esattamente ogni trenta secondi non facendo capire un cazzo a nessuno. Hop - appoggia - schiaccia - mangia - hop - appoggia - schiaccia - bevi - hop - guarda le tette della tipa della pubblicità - hop - hop - hop - hop... Spostando il telecomando da A a B e da B ad A più di una volta senza però cambiare canale...

 

 

Siamo sempre stati un complesso famigliare - senza tanti complessi - di poche parole e io di questo un po’ ci soffrivo.

Ricordo che spesso - più frequentemente quando ero piccolo e sempre più di rado negli ultimi anni che son stato a casa con loro - dopo aver cenato erano stanchi morti così andavano a dormire molto presto, lasciandomi piazzato come un re davanti alla TV.

 

 

All’inizio mi sentivo solo ma poi mi ci abituai. Quello per cui soffrivo era perché non capivo cosa facessero chiusi a chiave nella loro camera: non ero propriamente sicuro che dormissero, no. Infatti, dopo poco che si erano ritirati iniziavo a percepire prima flebili sospiri poi gemiti e rumori sospetti, infine urla laceranti simili a quelli degli animali macellati da vivi.

 

 

Non ho mai capito a che gioco giocassero e quale fosse il motivo della mia esclusione, tuttavia ancora oggi qualche perplessità rimane. Ho sempre creduto giocassero allo zoo, quello che uno fa il guardiano e l’altro, travestito da scimmia, salta sul letto per cinque minuti finché quello in divisa lo cattura e lo spedisce nella gabbia. Tuttavia anche spiando dalla serratura non riuscivo a vedere nessun costume e nessuna gabbia. Mah. Un mistero.

 

 

Così, per ingannare il tempo, dovevo papparmi interi film dell’orrore di serie B - quelli dove il protagonista pare masochista e va sempre verso l’angolo buio della stanza girato di spalle mentre la musica cresce all’inverosimile (io urlo: “cazzo idiota non lo vedi che ti sta di dietro?!”) e puntualmente sbuca lo zombie viscido o l’alieno viscido o il maniaco viscido o qualcun altro ugualmente viscido che lo assale... - coprendomi gli occhi nelle scene peggiori.

 

 

Alla fine, troppo shockato per riuscire a dormire, mi dedicavo alla visione dei pochi canali privati che in quei tempi nascevano; fermandomi puntualmente su Telemare attratto da spezzoni di film porno giapponesi, quelli che per mezza tetta ti facevano ascoltare un repertorio di gemiti modello samurai...

Ero sicuro che i doppiatori fossero gli stessi dei film di Bruce Lee tuttavia anche mezza tetta era meglio che niente.

 

 

Alle due, finito di toccarmi - mica per scaramanzia! - mi addormentavo e il più delle volte la mattina seguente mi compiacevo di aver risparmiato in inutili cambi d'abito andando a scuola esattamente come il giorno prima e come quello precedente. Dovevo però inventare per tutta la settimana assurde storie sulle manie di mamma di acquistare mille vestiti uguali e fare finta di non recepire le insinuazioni dei compagni sulla puzza corporea.

La maestra puzzava come e più di me e quindi mi sentivo protetto.

 

 

Non sono mai stato un fenomeno a scuola, forse per la mancanza di sonno, la mancanza di affetto, di dialogo, o forse per la fatica fisica delle notti pornografiche, ma questa e tutta un’altra storia quindi torniamo a miei genitori.

 

 

Correva l’anno - cavolo come correva! - millenovecentosessantotto, quello in cui successero quei gran casini nelle università, quando venni alla luce e non sto parlando di orgasmi solari, per intenderci.

 

 

Ma andiamo ancora più indietro, alla famiglia di mio babbo che di nome faceva Primo ed era chiamato da tutti Primmo o Primòn. Era il secondogenito di sei fratelli, nell’ordine: il primo Vittorio, il secondo Primo (mio babbo) - e da qui nacquero subito rappresaglie tra i due: “ho vinto io!” E l’altro: “no io sono Primo! Ho vinto io!” E ancora: “Io son Vittorio! Ho vinto” Ma mio babbo cocciuto: però il Primo sono io. Sono io!” - poi in successione: Santino - alto due metri e fondatore di una setta satanica - Chiara - vittima di un misterioso virus era nata completamente nera alimentando dicerie sulla presunta relazione di mia nonna con un manovale di nome Mohammed che stava giù in paese - Sansone - uno e cinquantasei per quarantatré chili - e Giustina - implicata nello scandalo di tangenti degli ortomercati.

 

 

Una sana famiglia... La mamma invece era figlia unica e qui risparmio di dover scrivere delle cazzate sui suoi fratelli.

 

 

Si erano conosciuti in una notte di mezza estate o in una di mezza primavera... La gatta stava sul tetto che scottava ignorando il motivo di tutto quel calore - così pensava - visto che era notte; la befana passava proprio di fronte con le scarpe tutte rotte smadonnando contro il suo calzolaio di fiducia; i pompieri di una caserma lì vicina facevano a gara di flessioni mentre la luna dall'alto del cielo sembrava una grande ciambella ricoperta di Zucchero Fornaciari; le stelle di Hollywood erano a Hollywood perciò troppo lontane per interagire con loro; le strade brulicavano di bruchi mentre qualcuno volava sul nido del cuculo.

 

 

Bè loro erano lì come i due protagonisti di Mezzogiorno di fuoco nonostante fosse l'una e trentacinque circa, i loro pensieri erano portati via col vento sulle onde del destino... Ma forse mentre loro lo raccontavano io ero distratto dalla televisione, dalla radio ed ora faccio un po' di confusione.

 

 

Comunque, per farla breve - una sveltina - ci fu un giorno, in un nebuloso passato, dove Primo e Adele furono amici, amanti, fidanzati e sposi. Tutto ciò, forse, in ordine sparso.

 

 

Poi tutto il resto è vita come diceva qualcuno di cui ignoro l'identità: i pannolini riciclati; le colazioni a base di pinzimonio; i vestiti troppo stretti, troppo fuori moda e troppo dell'odiato vicino di casa più grande; i rutti a tavola sulle battute televisive migliori; le scorregge di mio babbo di prima mattina nel bagno come dire: buongiorno a tutti voi che vi state svegliando apprestandovi ad una dura giornata lavorativa o scolastica! (che dopo per entrare bisognava come minimo rompere una fiala puzzolente e far finta che la puzza fosse tutta artificiale); le tinte fatte in casa nei capelli di mia mamma (che alimentano le credenze dei bambini sull'esistenza degli zombie); le cene coi parenti e tutto il resto...

 

 

Dalla prima volta che li ho incontrati fino ai giorni d'oggi in casa hanno sempre girato in mutande. Ho sempre cercato di non farci caso...

 

 

Tuttavia c'erano mattine che mi svegliavo strano così, per non far sentire che ero già sveglio, andavo in bagno e dopo aver pisciato prendevo lo sgabello, ci salivo in piedi e guardavo quella piccola e tenera faccettacculo che si rifletteva nello specchio e che sembrava dire: "Hermes, ci sono guai peggiori! Hai visto il Gino che è orfano e Mustafà - il nipote di Mohammed - che ha cinque mamme? Dai, non pensarci e torna  a letto che oggi è Domenica e si va tutti a raccoglier radicchi".

 

 

Ma c'erano veramente guai peggiori?

 



 

 

 

 

 


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