Filiberto, avvocato mite.

 

Filiberto era mio cugino, inutile anticiparvi che era un gran coglione: il nome, una garanzia.
Già i cugini lo sono per categoria - anche noi per i nostri siamo mezzi suonati - ma poi lo si capirà meglio dal resto della storia che vi apprestate a leggere.

Cito un esempio che precorre tutto il resto che però è significativo: Filiberto studiava da avvocato, quando il suo capo alla vigilia di un importante processo, il sessantenne titolare del famoso studio legale, gli disse di preparargli l'arringa, il mio cugino - deficiente incontrastato - corse a casa e gli cucinò un pesce buonissimo. Fu cacciato. (Lui, non il pesce, quello fu mangiato...)

Ma torniamo indietro. Benché abitasse nel mio medesimo quartiere non capitava mai di essere alleati negli scontri con bande dei quartieri nemici, questo perché Filiberto faceva gara a sé. Non figurava nella lista di amicizia di nessuno che conoscessi. Non giocava bene a pallone da essere ingaggiato in alcuna sfida dei bar della zona. Da piccolo non correva in bicicletta. Non faceva il cross e non si sbucciava le ginocchia come invece facevamo noi, normali bambini del posto. Non urlava le sue ragioni. Non si prendeva a pugni con alcuno. Non lo si vedeva con le braghe corte distrutte e le orrende canotte macchiate di sugo.

Filiberto era da sempre un bambino impeccabile. Se noi - cosa assolutamente non vera - fossimo nati con la camicia, bè lui sarebbe nato con un completo gessato di Armani. Cravatta e cilindro compresi.

Era l'umana rappresentazione di ciò che si definisce l'uomo mite.

Ma cosa e, soprattutto chi, è l'uomo mite? Come si comporta l'uomo mite? Cosa si intende per mite? Come faceva un bambino così piccolo ad essere già un UOMO e per giunta mite?

Le domande si sprecavano, le risposte latitavano.

La vita per noi comuni monelli era già abbastanza difficile: il telegiornale inquietava auspicando una imminente guerra tra Stati Uniti e Russia, dalle bocche degli occhialuti mostri-giornalisti uscivano dettagli tecnici incomprensibili quali schermi interstellari e missili a testata nucleare... Come potevamo trovare le risposte agli interrogativi che il Filiberto suscitava?

Col passare degli anni poi le cose si sono fatte più chiare e la verità ha iniziato a venire a galla come vengono a galla certi corpi solidi di colore marrone.

I tronchi, appunto.

A cinque anni essere colpito dalla sindrome dell'uomo mite era una delle sfortune peggiori che potessero capitare. A quell'età essere un "uomo" era uno svantaggio incalcolabile sugli altri bambini in quanto gli uomini non potevano tirare i capelli al discolo di turno, fregare i modellini di auto al distratto della classe o inventarsi assurde scuse per non aver fatto i compiti a casa. Figuriamoci poi essere anche "mite"! Che sfiga...

L'uomo mite, in quanto tale, si assumeva sempre le sue responsabilità. L'uomo mite non sgarrava. L'uomo mite studiava diligentemente, da mite. Usava le sue doti in modo distaccato e pacato, non ardeva per nessuna passione particolare. Di genio e sregolatezza, estro e impulsività, creatività e fervore: neanche a parlarne. Di impassibilità ed indifferenza, calma e ragionevolezza, raziocinio e coerenza: dosi massicce.

Un mite non poteva fare niente che lo potesse esaltare o divertire in modo incontrollato, un mite si occupava solamente di faccende miti che davano miti soddisfazioni. L'esaltazione per un qualche avvenimento sportivo - in fondo lo sappiamo tutti che è stupido urlare come pazzi oscenità all'arbitro per un rigore negato o saltare coi piedi sul tavolino di cristallo  (da tre milioni) per un canestro a fil di sirena, eppure...  - bè, quel tipo di avvenimento, seppure di straordinaria entità, può esaltare le masse non gli uomini miti!

Nessuno di voi vedrà mai uno di loro infervorarsi per un evento di medio interesse, quale la musica, lo sport o la lettura. È assai improbabile vederne uno che si infiammi anche una sola volta nella vita (a meno che non lavori in una fabbrica di cerini...); che dica: "questo è il film più bello che ho visto!" o "questo è il peggiore in assoluto!". Questo lo amo. Questo lo odio! È una figata! Lo detesto. È la loro caratteristica d'altronde, no?

Tra l'altro i miti andavano d'accordo solamente con i miti ed era un caso veramente eccezionale ce ne fossero due nello stesso paese. Per questo motivo "mite" voleva dire solitudine.

Filiberto infatti, mentre noi ci spaccavamo le ossa in assurde gare di gimkana su pattini a rotelle su piste d'asfalto (bravi cretini, porto ancora oggi le cicatrici!) lui studiava le stelle, leggeva poesie, aiutava la mamma a fare torte, studiava le pagine economiche del giornale, dipingeva e ascoltava musica classica.

Nei primi anni della nostra obbligata frequentazione (eravamo parenti!) provavo un grande disagio e una crescente paura nei suoi modi, la stessa che provavano gli indiani di fronte alla cavalleria dotata di cannoni: la paura dell'ignoranza.
Ogni volta che eravamo nella stessa casa mi sentivo in dovere di sottometterlo alla legge della violenza, lui non reagiva. Cercavo, da bravo cugino, di provocargli una sana reazione, buona o cattiva, lieve o dirompente, lui continuava a non reagire. Più lui non reagiva e più io lo menavo.

Ricordo che spesso gli mettevo la testa sott'acqua nella vasca idromassaggio dei suoi genitori e quando lo facevo riemergere, dopo alcuni secondi, Filiberto diceva - in modo pacato - frasi del tipo: Hermes un giorno ti accorgerai di come la dura legge della sopravvivenza ti porterà a dover chiedere aiuto al prossimo, chiunque egli sia, e solo allora ti renderai conto di quanto sia crudele l'umanità... Prima che lui finisse la frase lo avevo già ricacciato sul fondo. Alla seconda emersione, più frastornato di prima, blaterava calmo: la poesia del canto degli uccelli al mattino può essere compresa solamente dagli uomini di animo puro... E per la terza volta la sua testa andava sott'acqua. Mentre lui prendeva confidenza con il fondo della vasca io cercavo il senso di ciò che aveva detto... Perchè non mi aveva detto: "BASTARDO TI SPEZZO LA SCHIENA!"?
Sgomento più di lui, gli risollevavo la testa (non si dimenava neanche, il mite!) e lui tossendo diceva in tono rassegnato: la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?

Cosa potevo fare se non scappare? Potevo forse accendere il getto d'aria e fargli arrivare una massiccia quantità di ossigeno al cervello? Potevo pestarlo fino a farlo stare zitto? O potevo forse disquisire con lui delle piccole manie dell'Italiano colto? Di Pitagora? Di Platone? Di J. S. Bach? Bha... Troppo difficile!

Il muro che ci divideva cresceva di anno in anno, di mese in mese e di giorno in giorno. Nonostante cercassi di abbatterlo a cazzotti, percosse e immersioni forzate, mi accorsi che Filiberto era sempre più lontano, sempre più diverso e sempre più irraggiungibile.

Negli anni del liceo e in quelli successivi divenne fuori moda, ma non in modo positivo come si può pensare di un anticonformista che veste male quando è moda vestire bene e veste bene quando è moda vestire male. Lui vestiva, camminava e parlava semplicemente fuori tempo. Era lontano, allo stesso modo, da tutti i gruppi che si differenziavano a seconda delle classi sociali, delle ideologie, delle passioni che li contraddistinguevano.

Non si identificava negli snob, negli intellettuali, nei ricchi. Non si identificava in quelli di sinistra. Né in quelli di destra. Non si identificava nei tifosi di un qualche sport o nei fans di un qualche musicista. Non si identificava neppure con chi non si identificava con nessuno.

Un giorno lo vedevi sembrare un poeta francese poi, tempo dopo, un agente segreto sovietico con gli stivali e il colbacco. Mesi più tardi un venditore di tappeti col tappeto, un rivoluzionario messicano col sombrero, un turista giapponese con la macchina fotografica o un pastore sardo con la pecora (a scuola!).

Sempre sbagliato, nel posto sbagliato e nel tempo sbagliato.

Anni più tardi alcuni ragazzi "bene" lanciarono uno stile che contagiò gli adolescenti di quei tempi. Ci fu un vero e proprio boom (a parte quell'altro BUM che fece la fabbrica di esplosivi della famiglia Marazzi, si intende) la nostra generazione iniziò a combattere per una marca incomprensibile piuttosto che per un qualsiasi ideale. La psicosi della firma dilagò a macchia d'olio. Arturo si schiantò col camion passando sopra ad una macchia d'olio, ma questo non c'entra un tubo. Il Biondo, che coi tubi c'entrava visto che faceva l'idraulico, non vestiva firmato ma anche questa è tutt'un'altra storia.

Non erano quelli i tempi di grande benessere, pochi navigavano nell'oro. E ascuola c'era la tendenza del mettere etichette alle persone in ragione delle marche che indossavano. Si entrò nel paradosso e tutti noi fummo contagiati. Spuntarono marche-cloni di quelle famose concepite da menti diaboliche: la West Company, la Navirex, la Mike, la Store Island ecc.. E quelli sfigati come me dovevano accontentarsi. Cazzo!

Chi non poteva permettersi una lampada ogni due giorni per diventare un sosia di Mohamed, il bracciante agricolo extracomunitario che viveva in paese, doveva rubare i trucchi della madre e confondersi con Geronimo, il pellerossa omosessuale che viveva sopra alla bocciofila.

Ci insegnarono che ere il fuori che contava.

Ma qui Filiberto svettava. Dava metri e chilometri ai paninari più incalliti. Lui non si abbassava a portare le marche salite alla ribalta in quegli anni. Lui vestiva Gucci, Armani e Prada, metteva lunghi cappotti seriosi e foulard da importante uomo d'affari. Le sue scarpe facevano invidia perfino ai professori e le sue quote nel mercato dei sentimenti toccarono vette che neanche osavo sperare.

In quel periodo il cugino coglione ero diventato io (ma voi non ditelo a nessuno, mi raccomando). O così mi ci sentivo quando lo vedevo con ragazze ricche e bellissime dell'alta società. Eppure la famiglia di Filiberto era come la mia... Come facevano? Non mangiavano carne per una camicia di Ferrè. Non usavano la lavatrice per una Ralph Lauren. Non accendevano il riscaldamento per un esclusivo abbonamento al club di Tennis più in della città. Già...

Ora però anche lui è cresciuto, è diventato adulto e gli è spuntata la barba nonostante gli faccia schifo. Come ho anticipato prima, adesso fa l'avvocato. Lavora in uno dei migliori studi legali della zona ed è considerato il giovane più promettente (il fatto dell'aringa stufata è stato dimenticato da tutti a parte Adelina, la padrona della trattoria del paese, che con quella ricetta è diventata famosa).

Filiberto guadagna un sacco di soldi, non deve più fare sacrifici per vestire bene e gira con un simile BMW che quando sfreccia in paese fa girare le teste alle donne e le palle agli uomini. Ha fatto successo, ha sfondato, ce l'ha fatta in barba a tutti noi che lo prendevamo per il culo.

È una persona rispettata e ben vista. Sarebbe anche felice se se non si scavasse sotto le apparenze. Sì perché in fondo l'uomo mite è tornato in superficie.

Mollato dalla ragazza nobile. Cornificato con un tornitore meccanico dalla tipa ricca. Adesso l'ambiente ride di lui, gli ha voltato le spalle.

Quando penso alle sue sventure sono felice non faccia più parte di quel gruppo d'élite. Sono felice per lui, sia chiaro.

Penso ai miei amici disgraziati, a Beppe che a quarantacinque anni non sa cosa fare da grande e che lo si può trovare a qualsiasi ora nel bar del centro con le carte nelle mani e un chinotto sul tavolo. A Giova che lavora in ceramica e si vanta di scopare la Miriam senza scucire due lire (Miriam è una prostituta racchia che batte il viale della stazione). Sandro il senzacapelli, che a vent'anni vantava il riporto più sofisticato dell'Emilia Romagna. Penso a Rocco: irriducibile metallaro alla guida di una Giulietta truccata con la marmitta sbragata. VVRRAAMMM...

Penso al Palla, il più grande racconta balle della ditta dove lavoro (single, grosso scopatore nonostante la panza sporgente, i capelli radi e l'andatura claudicante...). Penso a Ruggè con cinque figli a carico e la moglie cicciona, Ruggè che non ha una lira, che si è già impegnato il licenziamento ma che fa gli occhi dolci a tutte le donne. Penso al figlio dodicenne di Michele che nonostante a casa sua si muoia di fame, alla Domenica deve mettere il vestito da sposo che fu di suo padre. Penso alla Samantha con l'acca aspirata, Samantha che non se la fila nessuno ma che la si vede sempre coi tacchi alti, la minigonna ascellare e truccata come una mignotta.

 

Alla fine di tutti questi pensieri, un po' sollevato dalla presenza di questo circo di persone malmesse, in fondo simpatiche, mi guardo allo specchio e sono felice di essere quello che sono.

 

La mia faccia riflessa - dispettosa - sembra rispondere:
"uno sfigato".