Gecson di secondo nome faceva Maicol.

 

I suoi genitori erano dei patiti per la musica e come avrete capito per un cantante in particolare.
Dirigevano una piccola cooperativa di trasporti e con essa avevano fatto abbastanza soldi ma come tutti voi sapete i soldi non avevano mai trasformato buzzurri in lord e viceversa, signori si nasceva anche a quei tempi e signori, i Tarallo, non erano nati. Parecchi anni più tardi Signori avrebbe fatto caterve di gol ma questo non cambiava le cose.

I genitori del Gecson non discendevano da una famiglia nobile né avevano studiato nelle migliori scuole del circondario. Le macchine di grossa cilindrata che guidava il padre, le pellicce vaporose, gli anelli a tre piazze, le collane d’oro massiccio, gli scettri diamantati e le corone tempestate di pietre preziose della madre; ostentavano la loro agiatezza, il loro ricco conto in banca ma non il loro basso livello culturale.

Fin da piccolo il loro unico figlio dovette lottare con numerosi complessi e non mi riferisco ai Rolling Stones o ai Beatles, per intenderci. Gecson odiava la musica. Gecson odiava i camion pesanti. Gecson odiava il dover indossare parrucche e costumi da ballerino gay alle feste in maschera. Gecson odiava i poster di un cantante nero di cui era tappezzata la casa dove viveva. Gecson odiava il pop ed anche il pop-corn.

Gecson odiava dapprima i neri, poi i grigioni topazza stecchita, poi i grigio nebbia in Val Padana, poi i bianchi mozzarella avariata infine i verdini medusa agonizzante sul bagnasciuga di un mare inquinato, a seconda delle colorazioni che assumeva la pelle dell’idolo musicale dei suoi genitori.

Io e Gecson, alle elementari, andavamo a scuola insieme, nella stessa classe. Al momento dell'appello c'erano sempre dei problemi.
Al n° 20 c'era lo scioglilingua peggiore: Sangiorgi Giorgio, le prime file di alunni dovevano aprire l’ombrello per ripararsi dagli sputi della maestra.
Al n° 21 seguiva Tarallo Gecson, che anche in quinta continuava a suscitare ilarità nelle ultime file. Come se non bastasse le maestre avevano la cattiva abitudine di contrarre nome e cognome in Tarallogecson tutto attaccato, che pareva quello di un antieroe fesso uscito dal fumetto di Lucky Lucke. Contraevano anche malattie infettive ma questo non tutte le mattine.

La professoressa di inglese ebbe una naturale antipatia nei suoi confronti ma noi non ne capivamo il motivo. I soprannomi che si era guadagnato erano Taral o Jack; chi lo sfidava chiamandolo con il nome di battesimo si guadagnava un cazzotto nei denti. Noi tutti sapevamo quanto male facessero i suoi pugni perché, prima o dopo, capitava di dimenticare quel monito e lui, nonostante preghiere e piagnistei, non faceva sconti a nessuno, neanche alle femmine!

Robertino, il suo compagno di banco, per i lunghi cinque anni delle elementari non ebbe mai più di sei denti in bocca, tanto da essere studiato da famosi luminari dell’odontoiatria di allora. Il dottor Liparoli gli prescriveva le xxx sostenendo che era una malattia dei Caraibi che poteva trasmettersi, sottoponendo per sicurezza a visite minuziose la madre e la sorella maggiore.

Sergiòn, il dentista della bassa, a ogni seduta gli estraeva un dente sano per studiarne la radice, ma ogni volta non ne veniva a capo. Vado a capo.

Robertino non parlava. Tremava sempre. Sembrava avesse paura a parlare di qualsiasi argomento. Passavano giorni e giorni in cui non gli si sentiva pronunciare nemmeno una consonante. Poi si rilassava, pensava di averla scampata, finiva i fogli protocollo e per farsene prestare uno sbottava: “Gecson mi potres...” SBANG!

Alle medie Robertino si fece bocciare riuscendo a guarire in modo definitivo dalla malattia Caraibica che però, purtroppo, colpì Paolino per tutta la durata della prima. In seconda Paolino cambiò scuola e il nuovo compagno di banco del Tarallo divenne Ercolazzi Sandrone, soprannominato King Kong per l’immensa stazza. Da quel giorno la malattia misteriosa che affliggeva incisivi e canini di noi studenti fu debellata una volta per tutte e di essa nessuno parlò più.

Di Tarallo Gecson Maicol se ne persero le tracce raggiunti gli anni della leva militare. Prima di partire per i soldati, però, lasciò molti ricordi di sé tramandati dalle bocche di tutti eccezion fatta per King Kong.
Si racconta che vinse il primo premio alla gara natalizia di Biliardo organizzata dalla bocciofila portandosi a casa 2 salami, 1 prosciutto e 7 confezioni di pasta coi ceci. Poi si dice che acquistò una moto da cross con la quale andò a schiantarsi a cent’all’ora contro il rimorchio di un camion carico di ghiaia, dell’azienda del padre, rompendosi gran parte delle ossa.

Una volta rimesso dicono che mise incinta la moglie strabica del macellaio - gran zoccola - e dovette darsi alla macchia per numerosi mesi. Si rifugiò per molto tempo nella lavanderia del centro per togliersi dalla macchia facendo la corte alla commessa e finendo nelle pesche. Il fruttivendolo ed il pescivendolo si coalizzarono in una battuta di caccia nei suoi confronti per sedare le voci sulle proprie consorti.

Jack scappava, sgattaiolava nelle strade meno frequentate guardandosi continuamente le spalle: aveva spalle larghe e bellissime tanto che molti altri gliele guardavano ammirati. Lui ne andava fiero. Alla fiera degli attrezzi agricoli e da trasporto a cui partecipava la ditta dei suoi, combinò un gran casino: prima inzuccò il camion per il trasporto delle patate poi ripassando con il carico di latte ripeté l’incidente facendo un delizioso purè che tutti i paesani poterono degustare.

In seguito fondò l’associazione “Non sei altro che un pederasta” che fece numerosissimi proseliti in tante parti della regione, anche se non era chiaro se l’intento fosse veramente quello di difendere i diritti dei minori, come lui sosteneva. Più tardi affondò la barca del pescivendolo e scappò con Nella, la figlia minore del pover’uomo, ma poi tornò quando si accorse che la sfortunata ragazza soffriva di salmonella.

Si racconta che alla fine il buon vecchio Jack sia stato chiamato a prestare servizio per lo stato; che giunto in caserma abbia conosciuto un fantomatico figuro di nome Gionlennon con il quale abbia stretto profonda amicizia.

Sembra perfino che il giorno della tragica morte del leader dei Beatles i due furono visti aggirarsi sinistramente dalle parti dove risiedeva il cantante, armati di bombe incendiarie, bazooka e fucili a ripetizione. Forse sono solo dicerie, però se fossi Michael Jackson starei attento!

Comunque sia gli anni della scuola erano quelli coi ricordi migliori. Allora le cose semplici sembravano enormemente difficili e quelle difficili troppo difficili per preoccupare.

La scuola era vecchia e rotta. Le mattine invernali, spesso, si tornava a casa perché il riscaldamento era fuori uso. La maestra non era un’insegnante. Non solo, perlomeno.
Era per tutti poco meno di una seconda mamma, poco più di una seconda zia, poco meno di una sorella maggiore e poco più di una lontana cugina.
La maestra, come nella maggioranza dei casi capitava, se era vecchia e poco bella era vista da tutti gli alunni vecchia e poco bella. Se era giovane e bella allora c’erano tanti cuori che si spezzavano e la scuola diventava piacevole.

Sulla maestra se ne dicevano tante, era una figura che alimentava le fantasie collettive, dalle femmine ai maschi, dalle mamme ai papà, soprattutto questi ultimi.

La mia era vecchia, grassa, portava occhiali con lenti spesse come fondi di bottiglie, non era sposata e dalle fessure tra i denti storti partivano proiettili schiumosi, praticamente letali.

Agli incontri con le famiglie non si vedeva neanche l’ombra di un babbo perché le responsabilità dell’educazione culturale della nostra classe spettavano alle mamme. Chissà perché.

Le fantasie alimentate dalla nostra maestra erano tutte incentrate sulla sua proverbiale solitudine e cattiveria. Si raccontavano storie lugubri e sinistre sulla cadente casa dell’anziana donna. Tantissimi gatti ne avevano fatto dimora... Le porte cigolavano, gli scuri sbattevano...
A pochi chilometri di distanza lo scuro Mohammed sbatteva la moglie di qualcuno del paese e ciò non destava preoccupazione. Le erbacce erano incolte... I vetri sporchi... I comignoli neri... Tutti erano certi che ella mangiasse i bambini: prima li attirava in casa per ripetizioni di grammatica, poi li legava e li torturava mettendoli nel forno con gustose patate novelle.

Tutti noi, giunti all'età adulta, ci siamo accorti di essere superstiziosi e pieni di fobie, una non sicuramente la peggiore: odiavamo le patate.

Nessuno fece in qualche modo carriera.

Nell’altra sezione, la B, insegnava una maestra giovane e bellissima. Vestiva in modo molto strambo, con gonne lunghissime e sandali ai piedi, portava lunghi capelli biondi raccolti in una curata coda e ti guardava attraverso occhi verde-celesti che lasciavano di stucco.

Agli incontri con le famiglie c'erano solo papà...

La mitica Belloni aveva studiato in un college della Florida, fumava hascisc e viveva con un uomo dai lunghi capelli senza essere sposata. Le fantasie che alimentava erano tutte a sfondo sessuale sebbene non facesse niente per renderle credibili. Gli alunni di quella classe, divenuti adulti, furono brillanti e di mentalità aperta, alcuni diventarono avvocati famosi, altri manager conosciuti. Uno di loro, Amedeo, lo si vede sempre con l’impermeabile a molestare le vecchiette, ma queste sono solo coincidenze.

Ad ogni modo, da bambini, ci si faceva un casino di paranoie.

Se eri il più basso, o uno dei più bassi, avresti dato qualsiasi cosa per crescere, anche solo un centimetro. Se eri il più alto, ne avresti volentieri dato qualcuno in beneficenza. Se eri grasso non andava bene, ti deprimevi perché lo sapevi e mangiavi come un cannibale aggravando la già critica situazione. Se eri magro, troppo magro, prendevi le botte da tutti e le compagne non ti filavano di striscio. Se davi le botte ai magri non ti filavano perché eri un prepotente. Se le filavi tu e glielo facevi notare, eri un gran porco. Se le filavi ma lo tenevi nascosto, neanche se ne accorgevano. Se non le filavi ti prendevano per gay. Era troppo difficile!

Puntualmente i desideri dei maschi della classe convergevano sulle due compagne più carine, le altre erano tabù. Alzi la mano a chi non è capitato almeno una volta - nonostante che nessuno di noi fosse Alain Delon a parte Alain Delon! - che una delle compagne meno carine della scuola si prendesse una cotta terribile per noi.
La bambina era brutta, aveva l'apparecchio e le gambe storte: la classica streghetta che con le sue attenzioni rischiava di compromettere la nostra vita sociale con il resto dei maschi.

Allarmati scattava il gran rifiuto: non mi piaci. Ma lei non ci stava, ritentava l’approccio. Più gentile, più succinta e più truccata: un altro secco rifiuto! E lei cocciuta tornava all’attacco, questa volta totalmente scosciata, truccata come un clown e l’imbottitura nelle tette: no, ti ho detto di no! Chiaro? Più la si rifiutava e più per lei - come per le donne in generale - diventava una questione di principio, così, alla prima occasione, scattava il piano “amore o morte”. Ti dava la caccia osservandoti da lontano per intere settimane, si acquattava come una ladra dietro ad un albero e quando meno te lo aspettavi balzava fuori e - ORRORE! - ti mostrava le mutande alzandosi la gonna!

Cosa voleva dire una bambina sbandierando la propria biancheria?
E come ci si doveva comportare in casi del genere?

Queste erano domande troppo difficili per un bambino di dieci anni, allora - classico - si scappava a gambe levate e lei delusa decideva che non eri più degno del suo amore.

Ora ti odiava e tu eri immensamente felice. Potevi camminare indisturbato nel cortile della scuola senza rischi di agguati. Potevi girare a testa alta tra i compagni per la dimostrazione di forza appena mostrata. Ti potevi sentire quasi un uomo. Un grand’uomo al limite. Un figo. Uno che non deve chiedere mai, che non ha bisogno di nessuna smanceria, uno che le donne le tratta male. E ti potevi perfino pavoneggiare a gran divo fino alle scuole superiori quando lei, la smorfiosa rompiballe, con tua immensa sorpresa era diventata una donna.

Bellissima.
Sexy.

Adesso era alta. Molto alta, più di te. Aveva due tette così. Due, mica una. I capelli corvini come seta. Gli occhi celesti come il cielo. Il naso piccolo come gli angeli. Qualche lentiggine. I denti brillanti. Simpatica e intelligente. Sciami di ragazzi le stavano intorno... Allora tu la guardavi da lontano, la incrociavi nei pressi della fermata del bus accennando un timido sorriso, speranzoso di essere ancora il suo unico amore.

Speravi, dopotutto, di essere ancora suo amico. Speravi di poter riprendere certi discorsi interrotti. Speravi di poter dare una sbirciata più attenta alla sua biancheria. Sognavi le sue autoreggenti e immaginavi metri e metri di pizzo... La guardavi ancora, cercavi di essere affascinante ma accessibile, accondiscendente ma non remissivo, sensuale ma non depravato.

Lei non faceva una piega, non ti vedeva nemmeno, non si accorgeva neanche di te. Forse non si ricordava, proseguiva sul suo cammino lasciando una scia di irraggiungibilità nell'aria.

Maledizione...


E i professori? Hermes deve studiare di più. Hermes deve applicarsi. Hermes deve stare più attento in classe. Hermes deve imparare a studiare. Hermes non capisce. Hermes non fa i compiti. Hermes non ne ha voglia. Hermes pensa solo a dormire. Hermes avrebbe le capacità ma non le sfrutta. Hermes si fa trascinare dai peggiori elementi della classe. Hermes trascina in basso gli elementi migliori. Hermes di qua. Hermes di là. Hermes su. Hermes giù. CHE PALLE!

Gli incontri trimestrali coi genitori erano per me come un film, già visto innumerevoli volte, che non mi era piaciuto alla prima.

Mia mamma assisteva alle lamentele dei prof, assorbendole passiva. Le parole fuoriuscivano dalle bocche dei docenti come delle freccette che si andavano a conficcare nel grande bersaglio che era lei. Alla sera contavamo i punti.

Fortunatamente, una volta a casa, eravamo troppo stanchi e depressi per parlare, così tutto era quasi sistemato.

I libri non erano altro che inutili pesi dentro a zaini colorati zeppi di scritte ideologiche: “viva il Bologna”, dominava dall’alto; “Ilo de puta” minacciava sul lato destro; “Fuma bene fuma sano fuma solo pakistano” una frase copiata dallo sciacquone del cesso scolastico; “Marronaro alè” il goleador del Bologna nella parte sinistra e il “VIVA LA FIGA”, nascosto dove in pochi dove potevano vederlo ma a rappresentare l’unica filosofia inossidabile nel tempo.

Alla mattina ci si stipava come animali in atroci corriere blu dell’anteguerra che facevano un gran casino e una puzza vigorosa. Se arrivavi alla fermata che era già passata potevi saperlo dalla nube nera che stazionava lì sopra per parecchi minuti. Scaricati a due chilometri dalla scuola si doveva sgambettare veloci sorpassando negozi, banche e bar (questi ultimi capitava spesso di preferirli alle aule...).

Ma il ritorno era anche peggio. Provati dalle ore di spiegazione o da quelle di interrogazione ci si sorbiva il viaggio a ritroso pensando solamente alle tagliatelle della nonna che ci stavano aspettando.
In classe tutti si lamentavano. “Io vado a lavorare”, dicevano i più convinti. “Non vedo l’ora di prendere questo benedetto diploma e guadagnare due soldi”, affermava la maggioranza. “La scuola fa schifo”, pensavano all’unisono.

Tutti dicevano la loro e tutti all’unanimità votavano per l’abolizione dell’obbligo di istruzione, la radiazione dei professori più cattivi, la riduzione dell’orario scolastico, la dilatazione dell’intervallo, l'accorciamento della settimana, l’abbattimento delle vecchie strutture, la sostituzione delle solite materie (matematica, italiano, storia...) con materie più interessanti (musica rock, pittura astratta, educazione sessuale con esami pratici...), la liberalizzazione degli obblighi di frequenza, l’inserimento di un nuovo corpo insegnante tutto femminile con corpo (per definizione) degno di nota (non sul registro!) e l’uccisione nella pubblica piazza di quel gran tiranno del preside.

Troppo debole di volontà - praticamente sprovvisto - e troppo facilmente influenzabile dalle idee altrui, con gran gioia dell’istituto tecnico industriale al completo, mi sono ritirato alla fine della quarta.

Sono andato a lavorare dove tuttora sono occupato. Ho guadagnato uno stipendio da ridere aggrappato agli aumenti sindacali e di anzianità. Ho smesso di infilarmi compresso in quella stupida corriera arrugginita. Ho smesso di andare agli incontri con i professori, già consapevole della mia mesta sorte. Ho smesso di ascoltare che non ho voglia di studiare. Che non so farlo. Che non mi applico abbastanza. O che lo faccio troppo. O male. Ho smesso di sentir dire che mi vogliono bocciare.

Adesso è tutto diverso, sono molto tranquillo. Qui in fabbrica mi dicono che non ho voglia lavorare. Che non so farlo. Che non mi applico abbastanza. O che lo faccio troppo. O male. Adesso dicono che vogliono licenziarmi.

E alla fine, tirando le somme - lasciale stare, maleducato! direbbe la prof. di matematica - la situazione è sempre la stessa. Le strutture sono povere e anguste. La condizioni precarie. Tutti i colleghi si lamentano e vogliono andare in pensione. Piglio due lire ma sono occupato per otto ore. Otto lunghe ore... I caporeparto sono tiranni, il titolare sarebbe eletto gran capo dei tiranni ad honorem causa, se fosse possibile.

Certe volte sento la nostalgia degli anni che furono. Vedo i miei vecchi compagni, quelli delle superiori, quelli delle medie e quelli delle elementari. Ognuno è evoluto in una precisa direzione e nella maggioranza dei casi già allora si intuiva quale fosse. Paolone impiegato incompetente nella ditta del padre. Margherita commessa svogliata nella serra della madre. Antonio, detto testa di legno, operaio nella falegnameria dello zio. Gino benzinaio. Carlino edicolante. Maurizio piastrellista.

Alla sera dopo aver sgobbato come un mulo vado a casa, mangio qualcosa e ancora sporco entro nel bagno sedendomi sul cesso. Penso a Gecson che chissà che fine ha fatto. Penso a quanto gli sia pesato il fatto di chiamarsi Gecson Maicol in quel ridicolo inglese maccheronico. Penso a lui e a tutti gli altri bambini che furono. King Kong. Robertino senza denti. Paolino ripetente. Sangiorgi Giorgio con la erre moscia, che non riesce a pronunciare il suo nome.

Alla fine guardo sgomento la mia incallita faccia da lavoratore e lei, riflettendosi nello specchio, sembra rispondere: “Dai Hermes, domani è un altro giorno.”

Sì, di lavoro.


 

 

 

 

 

 


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