
La 'dmanga.
La
domenica pomeriggio è il frammento temporale -
vedi che piove, prendi l’ombrello - più triste e squallido di tutta la settimana.
Le persone in quello spazio - vedi di
mettere la tuta spaziale - di tempo cambiano, mutano. In silenzio.
La domenica pomeriggio passa lenta, calda e soffocante. Le strade si riempiono
di automobili guidate da uomini che non hanno fretta. Le stesse strade che due
giorni prima erano super affollate di auto iper veloci, guidate da uomini in
preda a crisi di nervi, guidatori incalliti che sorpassano a destra, suonano
clacson roboanti ad ogni rallentamento o alla minima distrazione dell’autista
che li precede. "Vaffanculooooo..."
Le stesse dove il caos e la confusione sembravano fuoriuscire dalle porosità
dell'asfalto come se di esse fosse fatto.
Anche le auto e gli autisti sono i medesimi, ma adesso, di domenica pomeriggio,
tutti e tutto ragionano in modo diverso. La stressante settimana lavorativa
è appena conclusa. Il Sabato di decompressione appena consumato, tra una coda
per lo shopping al supermercato e un cinema affollato di prima serata.
La domenica è il giorno di riposo. Il giorno vero. Quello in cui si può fare
ciò che non si può fare, per mancanza di tempo, nei giorni feriali. Anzi, quello
in cui lo si deve fare. E lo si deve per forza, perché il lunedì è lì
che guarda, che aspetta... sta per arrivare... mancano poche ore di libertà
e poi comanderà lui.
E allora non c’è santo che tenga, bisogna far tutto, dico tutto, quello che
non abbiamo potuto fare per esempio martedì. Ci scervelliamo, scartabelliamo
nelle nostre memorie più recenti. Cos’è che volevo fare giovedì pomeriggio ma
che non ho potuto fare? E chi se lo ricorda più! Oppure. Com’è che passerei
i miei giorni se vincessi al Totogol?
Le solite frustranti fantasie...
La
domenica pomeriggio per lo più passa così: mentre ci facciamo domande su quale
sia il modo ideale per trascorrere la domenica pomeriggio.
Si pensa e si pensa, ma in casa fa troppo caldo e i pensieri si raggrumano l’un
l’altro formando una massa informe, più che altro stupida. E il più delle volte
si finisce per dormire.
Se durante la settimana ci bastavano sei-sette ore di sonno maledicendo l'odioso
suono della sveglia, la domenica si deve recuperare. Alla mattina, parlo dei
senza prole naturalmente, ci si sveglia a mezzogiorno e le sette ore sono abbondantemente
superate. Al pomeriggio, dedicati alle eccitanti e divertenti attività mentali
da svolgersi sdraiati sul divano, con rigoroso sottofondo di Quelli
che il calcio, è matematico che ci si addormenti di nuovo.
La sera, fisicamente abituati alla carenza di riposo, si deve fare i conti con
un inutile e superfluo, quanto dannoso, sovraccarico: la testa fa male, gli
occhi sono gonfi, l’alito pesante come un macigno, i capelli scompigliati della
stessa forma del cuscino, il respiro affannoso. In quei momenti tutto infastidisce.
Stranamente, dopo sei giorni passati a ingoiare rospi e soprusi, sottomessi
alla dura regola della non-logica fatta logica per rispetto dei superiori, ora
anche una innocua mosca può mandare in tilt l’intero sistema nervoso centrale.
In questo finto limbo di pacatezza ogni piccola cosa può innescare il massacro.
Qualche esempio pratico: una minestra troppo calda sviluppa l’omicidio di massa.
Una carne troppo salata, il genocidio. Insipida, atti di pedofilia. Un’insalata
scondita, l’infanticidio. L’assenza del dolce domenicale, per la venuta meno
di uno qualsiasi degli ingredienti causa l’asportazione certa degli organi vitali
dopo tremende torture.
Non parliamo poi di altri piccoli fastidi domestici normalmente non notati ma
che alla domenica possono far danni, tipo l’accensione in contemporanea di due
televisori o l’aspirapolvere durante l’intervista a D’Alema, o il mancato ricambio
della carta igienica quando si è sulla tazza del cesso (troppo lontani per procurarsela
da soli...), perché le atrocità potrebbero essere troppo crude da essere scritte.
Alla domenica le gastriti pullulano. I succhi gastrici ribollono. Gli acciacchi
ossei si enfatizzano. E tutto gioca a sfavore.
Sfiorata
numerose volte la tragedia famigliare tanti esemplari comuni decidono saggiamente
di togliersi da casa. Praticamente la domenica per la strada trovi solo di quelli,
stanne certo.
La maggior parte di loro se ne va a parenti. Come se i parenti fossero funghi,
che si cercano, si trovano, si raccolgono e non si mangiano perché il divertimento
è nel raccoglierli e non nel mangiarli. Ma come i funghi anche i parenti talvolta
sono velenos...
Nei panni del parente che riceve visita a domicilio da un altro - insignificante
- parente (che è venuto da te chiaramente perché non aveva un cazz’altro da
fare e non voleva rischiare di tagliare la gola a suo figlio...), la cosa può
risultare abbastanza fastidiosa.
Immagina: sei a casa, finalmente libero dal potere del caporeparto stronzo,
nessuno conta i minuti che stai nel bagno e nessuno ti spruzza la tuta con olio
emulsionabile per macchina utensile. Sei tranquillo. Stai fantasticando che
hai riscosso sei miliardi e non sai come spenderli. Hai focalizzato di liquidare
la moglie con cinquecento milioni e non farti più vedere! Hai investito una discreta
somma in azioni ed immobili che ti permettono abbondanti guadagni senza muovere
un dito. Ti sei comprato una villa grande come il tuo attuale quartiere, nell’isola
di Capo-chissàdovesitrova-beach sperduta
in un paradiso Caraibico. Anzi hai comprato l’isola per intero! Ci hai pure
portato sei, anzi sette, fotomodelle insaziabili e accondiscendenti che - perché
tali - accondiscendono a ogni tuo volere. Hai dato ad ognuna di loro il nome
di un giorno della settimana per non dimenticare il passare del tempo: a lunedì
corrisponde la più bella come rivincita personale.
Ecco, sei lì, sdraiato in un letto di bambù, in una casa di bambù con il rumore
delle onde cristalline che si infrangono sul bagnasciuga dorato. A pancia in
su con le mani incrociate sotto la testa. Ogni millimetro di corpo è terreno
di lavoro delle sette modelle... Che sono abili, molto abili.
Te la stai godendo alla grande e ciò è il meglio che potessi sperare. Stai proprio
pensando che sei molto, moltissimo fortunato. Sì... Hai cambiato vita
e ti sei lasciato tutto alle spalle... sei l’uomo più felice del pianeta. Pensi
alle cose che adesso non ti toccano. Non ti toccano più.
Il tuo caporeparto. Il collega fascista. Il gatto del vicino. Un pensiero
maligno rivolto a Mario, il cugino di tua moglie, l’uomo, o presunto tale, più
fortunato ed insopportabile della varietà umana. Pensi: Mario,
non ti do neanche cento lire! Immaginando di fare il gesto dell’ombrello,
quando... Qualcosa ti riporta alla triste realtà.
Un suono indicibilmente acuto e fastidioso penetra le tue orecchie ovattate.
É la porta. È Mario. Proprio Mario! A casa si stava annoiando. Ha vinto un viaggio
alle Maldive alla tombola della bocciofila. Cosa potrebbe succedere di peggio?
È
una ruota, come diceva l’esperto gommista all’aspirante aiutante che non ne
capiva granché. Una ruota che gira.
Ala Domenica c'è la categoria degli "Stravaccati Vittime Dei Parenti" e quella dei
"Parenti Scoccia Stravaccati", ma c’è anche dell’altro.
Come non parlare di chi scappa per evitare di essere classificato in una delle
due categorie? Quelli appartengono alla categoria di "Quelli
Che Alla Domenica Scappano". Sono una sorta di anticonformisti del
fine settimana. Evitano di dover accogliere - falsamente sorpresi - cugini di
terzo e quarto grado. Evitano di non aver altro da fare, che far visita a prozii
che non ci sopportano.
Solitamente escono di casa appena dopo aver pranzato, ossessionati di essere
beccati sulla soglia di casa. Si vestono freneticamente spiando in continuazione
dalla finestra che da sul parcheggio e schizzano fuori incredibilmente sollevati
cento metri oltre la strada maestra.
Quello che succede più tardi è facilmente intuibile. La digestione inizia il
suo lento corso. Il contraccolpo psicologico della fretta di poco prima sfuma
in una letale mancanza di scopo e produce uno stato di strano torpore fisico
e mentale che sfocia nel classico abbiocco domenicale consumato al volante.
È terribile, la testa penzola a destra e a sinistra e le palpebre vogliono chiudersi,
ma non ci si può far sopraffare, bisogna
tornare a casa il più tardi possibile! Allora si gira in lungo ed in
largo il paese nel quale abbiamo trascorso l’infanzia in cerca di un minimo
particolare fino a oggi sfuggito.
Si viaggia nelle strade statali alla rigorosa velocità di quarantacinque all’ora
come massimo.
Si fanno settantasette chilometri per chiudersi nel supermarket di cui sarebbe
impossibile essere meno interessati, solo perché è l’unico aperto alla domenica.
Si vaga qua e là senza meta. Senza ritmo e continuità.
Ci si lascia trasportare in balia di quello che dovrebbe essere il giorno più
bello della settimana.
Si arriva agli incroci indecisi fino all’ultimo se prendere a destra o a sinistra,
lasciando fare al caso con goffe manovre.
E alla sera si rientra stanchi e frastornati, già proiettati nel nefasto giorno
del Lunedì, troppo afflitti ed angosciati per accorgerci che la macchina di
Mario è ancora parcheggiata di fronte alla nostra casa.
Casa che dividiamo con babbo e mamma.
Babbo e mamma che sono troppo anziani per scappare e troppo buoni per far finta
di non essere in casa, quasi felici della visita.
Fortunatamente a quel punto siamo troppo provati per realizzare quale inutile
farsa è stata la fuga.
Comunque
ci sono anche gli attivisti del fine settimana. Ne hai mai sentito parlare?
Tutti prima o poi ne conoscono qualcuno. Solo dopo parecchi mesi di frequentazione
si capisce veramente quanto sia logorante quella conoscenza. Di solito sono
amici di amici o amici di mogli o di fidanzate. Sempre ti coinvolgono in fine
settimana lontani, totalmente disastrosi. Questi soggetti sono - tipicamente
- coloro che ogni sabato concepiscono qualche malefica gita in qualche malefico
posto dimenticato da Dio. Partono senza scampo di sabato alle sette del mattino,
che è la stessa cosa che subire violenza carnale da un ubriaco chiaramente malato.
In primis mangiano strettamente al sacco. Non mangiano un cazzo, però per loro
è bello così.
Si bruciano tutto il sabato, e spesso insieme a quello bruciano guarnizioni
di testa o parti delicate dell’auto, lungo strade tortuose trafficate da mezzi
agricoli pesanti.
Giunti a destinazione alloggiano, per cifre da capogiro, in vecchie case di
campagna perché all’ultima moda. Mangiano prodotti tipici locali, della cucina
più povera, tipo la ribollita, il pancotto, il cacciucco ecc... Estasiati dal
sapore forte di quello che un tempo era il cibo dei miserabili.
Lo pagano un occhio della testa, ma anche questo è molto alla moda.
La notte non scopano perché la camera è piena di ragni ed insetti variopinti
- dai, che è il suo bello! - o perché troppo gonfi delle porcherie appena ingurgitate
che erano avanzate ai gestori della trattoria (le avrebbero date ai cani, ma
a quelle cifre ve le fanno volentieri mangiare!).
Al risveglio ci si accorge che la vita degli abitanti delle aziende agrituristiche
non è come la si immaginava. Si vede arrivare il fattore con una Porche cabrio...
Poi il guardiano della stalla col Maserati turbo aspirato... Infine il mandriano
con la nave Enterprise direttamente
da Star Trek...
La famiglia che gestisce la fattoria la si può scorgere dallo spiraglio
delle finestre a guardare la Tv via satellite in una fantasmagorica casa futuristica
dove mini robot elettronici puliscono, rammendano e fanno da mangiare... Ma
sono solo bazzecole.
Il rientro a casa, dopo abbuffate degne degli antichi romani è la ciliegia sulla
torta. Verso sera si scopre, maledettamente in ritardo, che di turisti del week
end è pieno il mondo.
Improvvisamente le stradine sterrate e le piccole arterie di periferia vengono
inondate di macchine. La campagna si trasforma. I classici odori di mucca -
merda di mucca, per la verità - soffocati dai gas di scarico.
Se non fosse per le buche della strada sembrerebbe proprio la metropoli delle
cinque e dieci di sera!
Il viaggio si consuma in una lentissima colonna, la cosiddetta "Carovana
Degli Sfigati Agrituristici", sperando di essere fortunato da evitare
il classico tamponamento a catena.
Il
giorno seguente, il lunedì, ti viene da ripensare agli amici di tua moglie che
ti hanno trascinato in quell’odissea sciagurata, pensi al milioncino che ti
è appena partito con biglietto di sola andata, pensi a quanto sei stanco ed
incazzato e così ti scarichi facendo buchi furiosi col trapano a colonna a cui
lavori.
E
ci si stupisce degli uomini che alla domenica sono totalmente assorbiti dal
pallone! Ci si stupisce di come facciano, così numerosi, a guardare una ventina
di miliardari viziati correre dietro ad una palla... Non capite che stanno fingendo?
La verità è che questi non hanno mai capito un tubo di calcio, non sanno cos’è
il fuorigioco e confondono tutti i nomi dei giocatori, ma sotto sotto sono i
più furbi di tutti. Giocano alla sopravvivenza. La propria. Fingono di essere
incazzati quando Baggio sbaglia un gol già fatto e non si accorgono che quest'anno
gioca per gli avversari...
Alla sera raccontano dei tafferugli avvenuti allo stadio e si assorbono passivi
ore e ore di moviole e dibattiti del dopo partita. Rivedono la stessa azione
di gioco dieci o quindici volte e a loro non interessava nemmeno la prima. Non
parlano a cena se la propria squadra ha perduto. Non parlano se ha vinto ma
la classifica è deficitaria. Non parlano per il rigore negato. Non parlano per
l’occasione sfumata. Non parlano per il fallo di mano. Non parlano perché stanno
pensando che anche per questa domenica l’hanno scampata.
Comunque
sia quel giorno era proprio domenica! Non bastavano tutte le pene quotidiane
che ci affliggevano, le sfighe, le collisioni, le coliche renali, le gastriti,
le flebiti, i litigi con la suocera, le tasse, i furti, gli scippi, i semafori
che scattavano sul rosso mentre stavamo passando coi caramba
appostati...
Fuori
era un freddo che si belava. Le pecore muggivano indispettite. Non avevo nessun
parente da andare a trovare. Non avevo nessun parente che mi venisse a rompere
le balle. Non c’era nessuno per cui fuggire valesse la pena.
Potevo dormire fino a consumarmi, ma non avevo sonno. Non avevo i soldi per
interessi agrituristici e nemmeno amici che mi trascinassero.
Mi mancava il lavoro anche se per tutta la settimana ripetevo di voler andare
in pensione.
I negozi erano chiusi e tuttavia non avevo nessuna intenzione di comprare qualcosa.
Non sognavo di dover spendere sei miliardi vinti al Totogol
perché non avevo mai giocato in vita mia. Il calcio neanche sapevo cos’era.
Mi avevano parlato del calcio delle ossa quando ero piccolo e sapevo di dover
bere molto latte, ma di zona mista o pressing niente da fare.
Sul lavoro non mi capitava mai quel senso di vuoto incolmabile. Non avevo tempo
per dedicarmi alla desolatezza della mia vita.
Il mondo del lavoro, per quanto diffamato che era, rimaneva l’unico posto dove
si scambiavano parole, insulti e botte, si dividevano le sfighe o si sfottevano
gli altri agli improvvisi colpi di fortuna, ci si univa in un grande e solidale
odio per il responsabile del proprio reparto e si fantasticava sull’arte amatoria
delle mogli degli operai del reparto stampaggio.
Al lavoro ero uno dei tanti e uno come tanti.
La società ci insegnava da sempre - in maniera subdola e subliminale - che la
felicità era sinonimo di benessere. Ed il benessere si otteneva con i prodotti
tecnologici: la macchina, lo stereo, il computer, i vestiti firmati. Così si
alimentavano poi altri settori industriali sospinti da un’altra massa di operai
identici a noi.
Più si lavorava e più si poteva spendere in cianfrusaglie. Più la gente comprava
e più si doveva produrre, perciò lavorare. Tutto questo marchingegno, visto
che per me il lavoro era meglio della vita a casa, mi sembrava un meraviglioso
modo per produrre felicità, ma non tutti erano d’accordo.
La
mensa era un grande parco dei divertimenti dove con millecinquecentolire potevi
mangiare simil cibo riscaldato, socializzare con rozzi operai della carpenteria
pesante ed evitare il vicino di lavoro che era solito mangiarsi le caccole.
Alla mattina, per trenta secondi di ritardo, il timbro rosso sul cartellino
indicava che la sera saresti uscito con mezz'ora di extra, non retribuito.
Ciò che mi rilassava era che lì non dovevi per forza essere una persona, non
rappresentavi qualcosa di umano, lì eri semplicemente un numero. Un numero di
matricola. Non c'era bisogno di sforzarsi di mostrarsi felice, divertente, spiritoso,
atleticamente vigoroso o mentalmente brillante. Se eri il centoventisette eri
il centoventisette e basta. Niente storie. Nessun fronzolo. Nessuna falsità.
Qualche volta pure io quando andavo in bagno per fare pipì - trenta secondi
cronometrati - guardavo lo specchio e invece di vedere la mia solita e stanca
facciacculo vedevo la classica faccia da centoventisette.
Se non hai fretta ti invito a compilare un brevissimo questionario (stupido).
Il tuo giudizio è stato: